Dalla malattia alla maternità: la storia di Anna e l’anoressia

Anna, 31 anni, parla di 17 anni di convivenza con l'anoressia e dell'impegno per diventare una madre sana e sostenere altri giovani

Anna ha 31 anni e porta con sé un percorso segnato da anoressia nervosa che dura ormai da 17 anni. Nata e cresciuta nei dintorni di Verona, ha affrontato numerosi ricoveri e ricadute prima di arrivare, nel 2026, al centro specializzato Il nido delle rondini a Todi, dove attualmente segue un programma terapeutico. La sua esperienza mostra come i disturbi alimentari possano intrecciarsi con la storia familiare, il percorso adolescenziale e le scelte quotidiane, trasformando gradualmente l’esistenza di chi li vive.

La sua vita è anche la storia di una maternità che mette alla prova il processo di cura: nel 2026 è nato il figlio Leonardo, oggi di quattro anni, che è diventato la motivazione principale per continuare il percorso di cura. Pur rimanendo in trattamento, Anna organizza le visite con il bambino solo due volte al mese a causa della distanza tra il centro e la sua città natale, e convive con il senso di colpa per le difficoltà pratiche che la malattia le ha imposto come madre.

Origini e dinamiche familiari

Il disagio di Anna è emerso in maniera evidente all’età di 14 anni, anche se il malessere era presente già prima. Un elemento importante della sua storia è la presenza della stessa patologia nella madre, un fattore che ha contribuito a rendere l’ambiente domestico permeabile al disturbo alimentare. Durante l’adolescenza, il corpo ha cominciato a trasformarsi e Anna non è riuscita ad accettare quei cambiamenti: l’anoressia le ha offerto, in apparenza, un modo per fermare la crescita e mantenere una condizione di protezione emotiva, alimentando una relazione complessa con la figura materna e la sensazione di non essere accolta.

Il ruolo dell’adolescenza

L’adolescenza è stata la fase in cui la malattia ha preso radici profonde: gli studi inizialmente fungevano da ancora, ma con la fine del liceo la patologia si è intensificata e ha iniziato a consumare la quotidianità. Anna descrive quel periodo come una fase in cui si percepivano solo i presunti vantaggi della condizione, un’attrazione verso il dimagrimento che in realtà era un grido d’aiuto. In questo contesto la mancata piena comprensione da parte di chi le stava vicino ha rallentato l’accesso a interventi tempestivi.

Vita quotidiana, lavoro e impatto fisico

Negli anni più bui Anna ha vissuto una contraddizione evidente: pesava 34 chili ma era iperattiva, correndo la mattina, andando in palestra e poi recandosi al lavoro come commessa a Verona, spesso viaggiando in treno dal suo paese. L’energia focalizzata sull’attività fisica sosteneva il comportamento alimentare restrittivo, mentre gli studi universitari diventavano difficili da portare avanti. Questa combinazione di iperattività e deprivazione nutrizionale ha inciso gravemente sulla salute fisica e sul funzionamento sociale, contribuendo alle numerose ospedalizzazioni.

Ricoveri e accesso alle cure

Il percorso di cura di Anna è stato frammentato: sono stati proposti ricoveri fin dai primi segnali, ma il primo suggerimento di ospedalizzazione a 14 anni non fu accolto dalla famiglia, una scelta che oggi lei riconosce come un errore. Da allora sono seguiti altri ingressi in strutture in Veneto e, nel 2026, l’ingresso al centro di Todi. Qui segue un programma diurno che le permette di lavorare sul recupero fisico e psicologico, sebbene la distanza renda complicate le visite con il figlio e la vita familiare.

La svolta legata alla maternità e il presente

L’incontro con il compagno e la nascita di Leonardo nel 2026 hanno rappresentato un punto di svolta emotivo: diventare madre ha posto nuove priorità nella sua lotta contro l’anoressia. Nonostante l’amore per il bambino, Anna ha vissuto la difficoltà di nutrirlo serenamente, percependolo a volte come un prolungamento di sé. Oggi quella stessa fragilità è diventata la principale motivazione per continuare la terapia e costruire una relazione più sana con il cibo e con il ruolo materno.

Un messaggio per le famiglie e un progetto possibile

In occasione della giornata di sensibilizzazione sui disturbi alimentari, Anna rivolge un appello chiaro ai genitori: non sottovalutare i segnali, accettare la realtà della malattia e rivolgersi subito agli specialisti, perché l’intervento precoce può evitare anni di convivenza forzata con il disturbo. Lei stessa auspica che la maggiore conoscenza oggi disponibile eviti gli errori del passato e alimenta un sogno concreto: ritrovarsi guarita per aprire a Verona un centro di supporto per ragazzi e ragazze con disturbi alimentari, un luogo che vada oltre la mera cura del cibo e lavori sulla ricostruzione della vita.

La storia di Anna è un esempio di tenacia e di come la cura possa essere motivata dall’affetto e dalla responsabilità verso gli altri. Tra dolore, ammissioni e speranze, la sua esperienza ricorda che i disturbi alimentari non sottraggono solo il cibo: piano dopo piano possono togliere pezzi di esistenza e relazioni, ma con il giusto supporto e una rete di specialisti è possibile ambire a una guarigione che riconsegni la vita.

Scritto da Staff

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