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Ex Ilva, stop a Taranto e alle sedi di Genova e Novi Ligure entro novembre

Le acciaierie ex Ilva di Taranto, Genova e Novi Ligure hanno subito una sospensione simultanea: scopri le motivazioni legali, le ripercussioni sulla filiera e le proposte di governo per i lavoratori.

L’ex Ilva storico polo siderurgico di Taranto, sta vivendo una delle fasi più critiche della sua lunga storia. Dopo mesi di tensioni, le autorità hanno avviato una serie di provvedimenti che hanno paralizzato la produzione in più impianti, sollevando interrogativi su occupazione, economia locale e sostenibilità ambientale.

Ordine della Corte d’Appello: blocco dell’area a caldo di Taranto

Il decreto della Corte d’Appello di Milano emesso a luglio e confermato a ottobre, impone la sospensione totale delle attività dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto entro la fine di ottobre. Acciaierie d’Italia, amministratore straordinario dell’impianto, ha comunicato alle autorità locali, all’Ispra e all’Arpa Puglia l’avvio del procurement shutdown secondo le direttive del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza (MAS). Gli impianti sono stati posti in modalità “hot stand-by“, mantenuti al minimo caldo per consentire una rapida riattivazione in caso di revoca giudiziaria.

Effetto a catena: la chiusura temporanea di Genova e Novi Ligure

Il blocco di Taranto ha immediatamente colpito le strutture dipendenti della catena produttiva situate a Genova e Novi Ligure. I commissari hanno annunciato che entro il 15 novembre tutti gli stabilimenti ex Ilva di queste due città saranno arrestati in maniera temporanea, poiché il materiale proveniente da Taranto non arriverà più a destinazione. I sindaci di Genova e Novi Ligure, Silvia Salis e Rocchino Muliere, hanno definito la misura “inaccettabile“, evidenziando le potenziali ripercussioni sulla filiera nazionale dell’acciaio e sui volumi di lavoro locali.

Il tavolo a Palazzo Chigi e le misure di tutela per i lavoratori

Nel giorno della comunicazione della sospensione, il governo ha ospitato un tavolo tecnico a Palazzo Chigi con i sindacati più rappresentativi. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ha illustrato un progetto di decreto-legge volto a garantire una Cassa integrazione non per chiusura dell’attività, ma per assicurare la continuità dei posti di lavoro durante la fase di transizione. Il documento prevede l’istituzione di un fondo di ammortizzatori sociali e l’avvio di un piano industriale orientato alla produzione di acciaio green con investimenti in impianti DRI e forni elettrici.

Parallelamente, la Corte di Cassazione ha fissato per il 20 ottobre l’udienza relativa al ricorso presentato da Acciaierie d’Italia contro la sentenza della Corte d’Appello. La decisione di questo giudizio potrebbe determinare se le sospensioni in corso saranno confermate o revocate, con importanti implicazioni per il futuro del gruppo siderurgico.

Le autorità regionali hanno espresso preoccupazione per il collasso della filiera. Il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, ha esortato il governo a intervenire rapidamente per evitare un “spegnimento definitivo” dell’area a caldo. Anche i governatori di Liguria (Marco Bucci) e Piemonte (Alberto Cirio) hanno denunciato la gravità della situazione, sottolineando il rischio per le imprese fornitrici e per l’intera industria dell’acciaio italiana.

Confindustria Taranto, attraverso la camera di commercio locale, ha segnalato ritardi nei pagamenti alle aziende dell’indotto, che ormai minacciano la loro stessa sopravvivenza. La mancanza di liquidità sta infatti generando una crisi a cascata, con fornitori che rischiano di chiudere prima ancora di ricevere le somme dovute per le commesse legate all’Ilva.

La sospensione degli stabilimenti di Taranto, Genova e Novi Ligure rappresenta un punto di svolta che richiederà soluzioni coordinate tra magistratura, istituzioni e imprese per salvare posti di lavoro e preservare la competitività dell’industria siderurgica nazionale.

Scritto da Roberto Capelli

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