alimentazione dopo il cancro: meno ultra‑processati, maggiore sopravvivenza

una ricerca del Neuromed mostra che chi ha avuto un tumore e mangia molti alimenti ultra‑processati ha probabilmente una sopravvivenza peggiore; l'approccio raccomandato è limitare i prodotti industriali e privilegiare cibi freschi

Un’indagine condotta dall’Unità di epidemiologia e prevenzione dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli evidenzia che la qualità della dieta dopo una diagnosi oncologica può influenzare gli esiti clinici. Lo studio, pubblicato su Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention, associa il consumo di alimenti altamente trasformati a un incremento della mortalità nelle persone già colpite da tumore. La ricerca sfrutta dati di lunga durata per analizzare l’impatto della trasformazione industriale degli alimenti sulla sopravvivenza post-diagnosi.

I ricercatori hanno utilizzato i dati del Progetto Moli‑Sani, seguendo per quasi 15 anni una coorte ampia e ben caratterizzata. L’obiettivo era valutare come il grado di lavorazione degli alimenti incida sulla salute a lungo termine di soggetti con precedente diagnosi oncologica. Gli analisti hanno considerato variabili demografiche, cliniche e comportamentali per isolare l’effetto della dieta.

Disegno dello studio e popolazione analizzata

Il seguito dell’analisi include 24.325 partecipanti del Progetto Moli‑Sani di età pari o superiore a 35 anni e residenti in Molise. Tra questi, 802 soggetti (476 donne e 326 uomini) presentavano una storia di tumore al reclutamento. Le informazioni sulle abitudini alimentari sono state raccolte mediante il questionario EPIC. Per valutare il ruolo della trasformazione industriale degli alimenti si è applicato il sistema NOVA, in modo da distinguere i prodotti in base al processo produttivo cui sono stati sottoposti.

Metodo di classificazione e gruppi di consumo

Il sistema NOVA classifica gli alimenti in quattro gruppi secondo il grado di lavorazione. Il primo gruppo include alimenti minimamente processati. Il secondo raggruppa ingredienti culinari trasformati. Il terzo comprende alimenti processati. Il quarto raccoglie gli ultra‑processed foods, ovvero prodotti industriali altamente processati e formulati.

Per ciascun partecipante è stato calcolato il contributo energetico percentuale derivante da ogni gruppo NOVA. Le analisi hanno tenuto conto delle variabili demografiche, cliniche e comportamentali già indicate, al fine di isolare l’associazione tra grado di trasformazione degli alimenti e esiti clinici.

I partecipanti sono stati classificati in tre gruppi in base alla quantità giornaliera di ultra‑processati consumati. La categorizzazione ha permesso il confronto tra chi prediligeva alimenti prevalentemente industriali e chi consumava cibi freschi o poco lavorati. L’analisi statistica ha controllato fattori confondenti demografici, clinici e comportamentali. Tra questi è stata inclusa la qualità complessiva della dieta, misurata tramite l’aderenza alla dieta mediterranea, per isolare l’associazione tra grado di trasformazione degli alimenti e gli esiti clinici.

Risultati principali

Il follow‑up di quasi 15 anni mostra risultati netti. Tra le persone con una precedente diagnosi di tumore, un alto consumo di alimenti ultra‑processati è associato a un aumento della mortalità per tutte le cause del 48% e a un incremento della mortalità specifica per tumore del 59% rispetto ai consumatori più bassi. Queste stime, espresse come rischi relativi, restano significative anche dopo l’aggiustamento per fattori di rischio noti.

Possibili spiegazioni biologiche

Gli esperti del settore confermano che più ipotesi biologiche possono spiegare l’associazione osservata. I prodotti ultra‑processati tendono ad avere scarso contenuto di nutrienti protettivi e alto contenuto di zuccheri aggiunti, grassi saturi e sale. Questo profilo nutrizionale può favorire uno stato di infiammazione cronica e dismetabolismi legati all’esito clinico.

Altri meccanismi plausibili includono l’effetto sul microbioma intestinale, l’aumento del carico glicemico post‑prandiale e l’esposizione a composti indesiderati presenti nei processi industriali e negli imballaggi. In aggiunta, alcuni additivi e ingredienti ultraprocessati possono influire su vie biologiche rilevanti per la progressione tumorale. Tuttavia, pur mantenendo l’associazione dopo aggiustamenti multipli, non è possibile escludere del tutto il ruolo di confondenti residui.

Ulteriori ricerche osservazionali e studi di meccanismo sono necessari per chiarire nessi causali e individuare interventi nutrizionali mirati a ridurre il rischio nei sopravvissuti oncologici.

Il gruppo di ricerca ha analizzato biomarcatori per spiegare il legame osservato tra consumo di alimenti ultra‑processati e peggior prognosi nei sopravvissuti oncologici. Due indicatori si sono maggiormente correlati agli esiti avversi: livelli elevati di infiammazione sistemica e un incremento della frequenza cardiaca a riposo. Questi segnali biologici possono ridurre la capacità dell’organismo di contrastare recidive e complicanze, suggerendo un ruolo significativo del processo produttivo e degli additivi oltre alla composizione nutrizionale dei singoli alimenti. Gli esperti del settore confermano la necessità di studi meccanicistici.

Implicazioni pratiche e raccomandazioni

Le evidenze indicano che interventi nutrizionali mirati potrebbero modulare i biomarcatori associati al rischio. In particolare, strategie volte a ridurre l’assunzione di alimenti ultra‑processati e a favorire scelte alimentari ricche di alimenti freschi e minimamente lavorati sono coerenti con le raccomandazioni esistenti per la prevenzione secondaria. I professionisti della nutrizione e gli oncologi sono chiamati a integrare valutazioni dello stato infiammatorio e della funzione cardiovascolare nel follow‑up dei pazienti.

Ulteriori ricerche dovranno definire quali componenti dei prodotti industriali, tra additivi e processi tecnologici, influenzino direttamente i biomarcatori osservati. Tale chiarimento è necessario per sviluppare linee guida specifiche rivolte ai sopravvissuti oncologici e per orientare politiche sanitarie basate su evidenza.

In seguito all’analisi dei biomarcatori, gli autori raccomandano di spostare l’attenzione dalla singola etichetta al modello alimentare complessivo. Limitare i ultra‑processati e privilegiare cibi freschi, poco trasformati e preparati in casa è la strategia indicata per migliorare gli esiti di salute dopo una diagnosi oncologica. Questa indicazione vale anche considerando la dieta nel suo complesso e non solo singoli nutrienti. La raccomandazione si inserisce nel quadro di interventi volti a orientare politiche sanitarie basate su evidenza.

Per i consumatori, gli esperti sottolineano l’utilità di valutare gli ingredienti come primo criterio di scelta. Per ultra‑processati si intendono prodotti con numerosi ingredienti industriali, additivi o aromi. Prodotti con più di cinque ingredienti o con conservanti e aromi hanno alta probabilità di rientrare in questa categoria. Ridurre tali scelte nella spesa quotidiana è un intervento semplice e a basso costo per limitare il rischio associato.

Che cosa significa per chi ha avuto un tumore

Implicazioni per i pazienti

Per chi ha vissuto un tumore, la modifica delle scelte alimentari nella spesa quotidiana rappresenta un intervento pratico e a basso costo. Gli esperti del settore confermano che privilegiare alimenti freschi e ridurre l’assunzione di prodotti altamente processati può contribuire a un profilo di rischio complessivo più favorevole. Le variazioni dietetiche non sostituiscono le terapie mediche, ma integrano il percorso di cura e prevenzione.

Lo studio, finanziato dalla Fondazione AIRC, amplia la letteratura sul ruolo del grado di trasformazione degli alimenti nella popolazione oncologica. I risultati indicano la necessità di considerare il modello alimentare complessivo nelle raccomandazioni nutrizionali per i pazienti e per chi ne cura la nutrizione. Gli autori sottolineano che ulteriori ricerche saranno utili per definire interventi mirati e linee guida cliniche.

Scritto da Staff

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