Alzheimer, neurologo Tessitore: “Serve diagnosi precoce per terapie mirate”

(Adnkronos) – “Negli ultimi anni stiamo assistendo a un cambiamento significativo nello scenario terapeutico della malattia di Alzheimer. Dopo decenni di trattamenti sintomatici, stanno emergendo terapie che intervengono direttamente sul meccanismo biologico della malattia, in particolare sugli aggregati di beta-amiloide. Per questo motivo è fondamentale arrivare a una diagnosi precoce e supportata da evidenze biologiche, così da poter targettizzare in modo appropriato queste terapie innovative”. Così Alessandro Tessitore, professore di Neurologia, università della Campania L. Vanvitelli, Napoli, spiega come, da un punto di vista “terapeutico, siamo indubbiamente in una fase trasformativa, caratterizzata dalla ricerca e dallo sviluppo di anticorpi in grado di targettizzare il processo biologico della malattia. Tuttavia – osserva – restano aperte alcune criticità che sono tuttora all’attenzione delle autorità regolatorie e della comunità scientifica, e che rappresentano una parte rilevante della sfida attuale nella gestione della malattia di Alzheimer”. Le principali criticità di questa nuova fase terapeutica riguardano “la selezione appropriata dei pazienti e l’identificazione della malattia nelle fasi più precoci, nelle quali questi farmaci hanno dimostrato una capacità di migliorare il disturbo di memoria e la disabilità – chiarisce Tessitore – Non si tratta tanto di stabilire se e questi farmaci funzionino o meno in senso assoluto, quanto di attribuire il giusto valore ai risultati e individuare correttamente i pazienti che possono beneficiare del trattamento”. La malattia Alzheimer è una patologia “neurodegenerativa che sostanzialmente dà segno clinico con la cosiddetta perdita della memoria episodica – illustra l’esperto – Molto spesso non solo il paziente, ma soprattutto i familiari, riportano all’attenzione dello specialista l’incapacità da parte del paziente di ricordare episodi nel breve termine e la tendenza a essere particolarmente ripetitivi, con le stesse domande e le stesse affermazioni, nell’arco di poco tempo. Il paziente presenta quindi una difficoltà nell’incamerare la traccia mnestica e a richiamarla rapidamente, soprattutto per quanto riguarda gli episodi della vita quotidiana”. La diagnosi è un percorso che “si raggiunge attraverso un inquadramento corretto, che prevede sicuramente la valutazione cognitiva neuropsicologica del paziente, necessaria per documentare oggettivamente la presenza del decadimento cognitivo, stadiare la malattia e intercettarla, se possibile, nelle fasi più precoci – evidenzia tessitore – Questo percorso non può prescindere anche da una importante valutazione neuroradiologica e di imaging, che supportano la presenza dell’interessamento di specifiche aree cerebrali”. In questo ambito, “un contributo molto rilevante è dato dai biomarcatori fluidi, cioè rilevabili nel liquido cerebrospinale e, più recentemente, anche nel plasma, che consentono di confermare la presenza del processo neurodegenerativo guidato dalla proteina amiloide e dalla proteina tau. In particolare, l’accumulo di beta-amiloide rappresenta uno degli elementi centrali del processo patologico. Queste innovazioni rappresentano una novità importante per chi accede ai centri di diagnosi e cura della malattia”. L’attenzione della comunità scientifica e clinica è oggi rivolta alla realizzazione di una “diagnosi biologica – precisa l’esperto – Questa deve confermare la presenza del processo amiloidosico, associato all’inizio del processo neurodegenerativo e all’aumento dei livelli della proteina tau, ma anche riconoscere elementi fondamentali che possono modificare il decorso della malattia. Tra questi – conclude – la presenza di comorbidità come alterazioni vascolari o la compresenza di altri processi neurodegenerativi, ad esempio la malattia di Parkinson, che possono influenzare in modo sinergico l’evoluzione clinica della patologia”.
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Scritto da Adnkronos

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