Aumento dei casi di pertosse in Italia: sintomi, rischi e prevenzione

Un caso confermato e cinque sospetti nello spogliatoio del Sassuolo: guida pratica per riconoscere, curare e prevenire la pertosse, con focus su neonati e vaccini

Negli ultimi mesi la pertosse è tornata a far parlare di sé, non solo nei reparti pediatrici ma anche sui campi sportivi. Il recente episodio nello spogliatoio del Sassuolo, con un caso diagnosticato e altri cinque con sintomi compatibili, è un promemoria che questa infezione resta una minaccia concreta, soprattutto per i più piccoli. La tosse convulsa non è una semplice irritazione delle vie aeree: il suo potenziale di diffusione e le complicanze nei neonati impongono attenzione e risposte tempestive.

Dietro l’aumento dei contagi vi sono dati europei e nazionali che richiedono un approccio coordinato tra pediatri, servizi sanitari e famiglie. Le informazioni cliniche e le raccomandazioni vaccinali sono strumenti fondamentali per ridurre il rischio di casi gravi. Questo articolo spiega in modo chiaro come si trasmette la pertosse, come si riconosce, quali terapie funzionano e perché la vaccinazione in gravidanza e i richiami sono determinanti per la protezione dei neonati.

Perché l’attenzione è tornata

Negli ultimi monitoraggi europei l’incremento dei casi è stato rilevante: l’ECDC ha segnalato quasi 60.000 casi tra marzo 2026 e maggio 2026, una quantità molto superiore a quanto osservato nel biennio precedente. In Italia, i dati raccolti nel progetto INF-ACT e comunicati dalla Società Italiana di Pediatria mostrano un drastico aumento dei ricoveri, con un incremento dell’800% rispetto agli anni immediatamente precedenti. Le regioni con il maggior numero di segnalazioni includono Campania, Sicilia e Lazio, e purtroppo tra i casi più gravi figurano neonati con esiti mortali. Tutto questo rende urgente rafforzare la prevenzione e l’informazione.

Come si manifesta e come si trasmette

La pertosse è causata dal batterio Bordetella pertussis e si diffonde attraverso le goccioline respiratorie emesse parlando, tossendo o starnutendo. Chi è infetto può contagiare fino al 90% delle persone con cui entra in contatto in assenza di misure protettive. I sintomi iniziali sono spesso lievi e simili a quelli di un comune raffreddore: febbricola, secrezione nasale e tosse sporadica. Tuttavia, la malattia può evolvere in modo drammatico, con accessi di tosse violenti che richiedono attenzione medica, soprattutto nei lattanti.

Fasi della malattia

La prima è la fase catarrale, che dura qualche settimana e presenta sintomi simili a un raffreddore. Successivamente può manifestarsi la fase convulsiva, caratterizzata da parossismi di tosse che possono terminare con il classico “urlo inspiratorio” o whoop. Questa fase può protrarsi per settimane e rendere la respirazione difficile; in alcuni casi si possono osservare vomito e espulsione di catarro denso. Nei pazienti più grandi i sintomi spesso sono attenuati e possono essere scambiati per bronchiti o infezioni virali.

Segnali d’allarme nei neonati

Nei lattanti il quadro può essere molto serio: oltre agli accessi di tosse, è possibile osservare apnea e cianosi, cioè colorazione bluastro della pelle dovuta alla scarsa ossigenazione. Questi segni richiedono valutazione urgente in pronto soccorso. I bambini sotto i sei mesi, che non hanno completato il ciclo vaccinale, sono quelli a maggior rischio di ricovero e di complicanze gravi come polmoniti ed encefalopatia.

Diagnosi, terapia e prevenzione

La diagnosi parte dall’esame clinico accurato e viene confermata con il prelievo di campioni nasofaringei per la ricerca di Bordetella pertussis. Analisi del sangue e radiografia del torace possono essere utili per valutare il grado di coinvolgimento polmonare. Sul fronte terapeutico, la somministrazione precoce di antibiotici come azitromicina o claritromicina è efficace per ridurre la carica batterica e limitare la diffusione; tuttavia non esistono farmaci in grado di eliminare immediatamente gli episodi di tosse. È importante sapere che sedativi, cortisonici e mucolitici non risultano utili nel controllo degli accessi di tosse da pertosse.

Vaccinazione e richiami

La strategia preventiva più solida è la vaccinazione. Nel primo anno di vita il calendario prevede un ciclo di tre dosi a partire dall’ottava settimana, spesso somministrato come parte dell’esavalente che copre più patologie. La protezione vaccinale diminuisce nel tempo, perciò sono previsti richiami a 5-6 anni e in adolescenza (11-18 anni), in combinazione con altri vaccini. Mantenere alte le coperture vaccinali nella popolazione è fondamentale per ridurre la circolazione del batterio.

Vaccinazione in gravidanza

Un punto chiave per la tutela dei neonati è la vaccinazione della donna in gravidanza, raccomandata intorno alla 28esima settimana: grazie al trasferimento di anticorpi materni, il neonato riceve protezione nei primi mesi di vita, prima di poter completare il ciclo vaccinale. Le indagini italiane segnalano che la maggior parte delle madri dei neonati colpiti non risultava vaccinata e molte non avevano ricevuto informazioni sulla possibilità della vaccinazione prenatale, un gap che va colmato con campagne di informazione mirate.

Complicanze e raccomandazioni finali

Le possibili complicanze della pertosse includono emorragie nasali, otiti medie, polmoniti, broncopolmoniti ed encefalopatia nei casi più gravi. Per ridurre i rischi è essenziale riconoscere tempestivamente i sintomi, rivolgersi al pediatra alla comparsa dei primi segnali e seguire le indicazioni sul calendario vaccinale. Il caso nello spogliatoio del Sassuolo ci ricorda che la pertosse non è solo un problema pediatrico isolato: la protezione passa attraverso informazione, vaccinazioni e collaborazione tra servizi sanitari e famiglie.

Scritto da Staff

Farmacie comunali come hub di prevenzione: accordo ANDI‑ASSOFARM e decalogo per le allergie

Leggi anche