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Come riconoscere la celiachia
La celiachia può manifestarsi in modo subdolo e non sempre con i classici disturbi intestinali. Molti pazienti restano senza diagnosi per anni, con sintomi atipici come anemia, affaticamento o alterazioni del peso.
Questo articolo propone un percorso pratico per riconoscere i segnali, orientarsi negli esami diagnostici e adottare scelte alimentari sicure. Viene inoltre considerato il ruolo della sensibilità al glutine non celiaca e i possibili rischi legati al consumo di prodotti a base di orzo, come il caffè d’orzo, che possono indurre reazioni in soggetti sensibili.
Perché la celiachia viene spesso trascurata
La celiachia rimane frequentemente non riconosciuta in ambito clinico a causa della presentazione sintomatica variabile. Pazienti con disturbi non intestinali o con quadri pauci-sintomatici possono consultare specialisti diversi, ritardando l’indagine specifica.
Elementi che contribuiscono alla sotto-diagnosticazione includono l’assenza di segni gastrointestinali tipici, la variabilità dei test sierologici in fasi iniziali e la sovrapposizione con altre condizioni, come la sensibilità al glutine non celiaca. Inoltre, la consapevolezza dei medici di medicina generale e degli specialisti secondari non è sempre uniforme, il che riduce la probabilità di invio a test diagnostici mirati.
I numeri spiegano la portata del problema: la prevalenza stimata è di circa 1,4%, ma fino a tre quarti dei casi non vengono individuati all’esordio. Il ritardo diagnostico medio può superare i dieci anni, con impatti rilevanti sulla qualità di vita e su comorbilità metaboliche e nutrizionali.
Per questo motivo la diagnosi richiede un approccio integrato: valutazione clinica attenta, uso appropriato della sierologia e, quando indicato, conferma con biopsia intestinale. L’educazione professionale e campagne di informazione mirate possono ridurre i ritardi diagnostici e limitare i rischi associati al consumo non consapevole di alimenti contenenti glutine.
Sintomi e segnali meno evidenti
Oltre ai segni gastrointestinali più noti, molti pazienti presentano sintomi sistemici che non suggeriscono immediatamente una malattia intestinale. Tra questi si riscontrano anemia, astenia e carenze di vitamina D, B12, acido folico e ferro. Possono comparire inoltre manifestazioni osteomidali e disturbi neurologici. Disturbi apparentemente non correlati all’intestino, come infertilità o ulcere orali, talvolta costituiscono l’unico segnale clinico della malattia.
Spesso ogni singola anomalia viene inizialmente attribuita ad altre cause, con conseguente ritardo nella diagnosi. Per tale motivo è essenziale che i professionisti sanitari includano la possibilità di malattia celiaca nella valutazione di quadri multisistemici non spiegati da altre patologie, al fine di ridurre i tempi diagnostici e i rischi legati all’esposizione involontaria al glutine.
Quando eseguire gli esami e quali test fare
Screening per la celiachia è indicato in presenza di sintomi sospetti o in soggetti a rischio, per ridurre diagnosi tardive e danni da esposizione involontaria al glutine.
Devono essere valutati con attenzione i soggetti con malattie autoimmuni (ad esempio tiroidite o diabete), i familiari di primo grado di persone celiache e chi presenta condizioni genetiche come la sindrome di Down o la sindrome di Turner.
Tra i sintomi che giustificano accertamenti figurano dispepsia, stipsi, dolore addominale, dermatite erpetiforme, osteoporosi e segni neurologici quali neuropatia e atassia. Vanno inoltre considerati segni multisistemici non spiegati da altre patologie.
Il primo approccio diagnostico prevede esami ematici serologici: la ricerca di anticorpi anti-transglutaminasi tTG IgA e, se indicato, anticorpi anti-endomisio. In caso di sospetta carenza di IgA si ricorre a test basati su IgG.
Nei casi con sierologia positiva o forte sospetto clinico è necessaria la conferma istologica mediante gastroscopia con biopsia duodenale, secondo le linee guida nazionali e internazionali.
Questi accertamenti permettono di identificare pazienti con presentazioni atipiche e di ridurre tempi diagnostici e rischi associati all’esposizione prolungata al glutine.
Esami di laboratorio e conferma endoscopica
Per proseguire la diagnosi si eseguono prima gli esami ematici per la ricerca di anticorpi antiendomisio e di quelli diretti contro la gliadina. La gliadina è una componente proteica del glutine utilizzata come marcatore immunologico.
In caso di positività serologica, la diagnosi richiede la gastroscopia con biopsie duodenali per confermare la presenza di lesioni mucosali. Per garantire affidabilità diagnostica, il paziente deve mantenere una dieta contenente glutine, con un apporto indicativo di almeno 3 grammi al giorno per un mese prima dell’esame.
Gestione terapeutica e monitoraggio
I pazienti con diagnosi di celiachia devono seguire come terapia di base la dieta priva di glutine. Il miglioramento clinico si osserva nella maggioranza dei casi entro due-sei settimane dall’inizio della dieta. È previsto un follow-up annuale con il gastroenterologo per valutare la risposta terapeutica e individuare eventuali complicanze. L’intervento di un nutrizionista è consigliato quando è necessario ottimizzare l’apporto calorico e micronutrizionale.
In presenza di deficit documentati possono essere prescritti supplementi di ferro, calcio e vitamine, dopo conferma laboratoristica delle carenze. La profilassi vaccinale viene valutata caso per caso; tra le vaccinazioni indicate rientrano quella antinfluenzale, la vaccinazione anti-COVID e, se clinicamente appropriata, la vaccinazione contro il meningococco. Il monitoraggio include controlli ematochimici periodici per verificare lo stato nutrizionale e l’eventuale persistenza di infiammazione intestinale.
Consigli pratici per la vita quotidiana
A seguito del monitoraggio ematochimico, la gestione quotidiana si concentra su scelte alimentari sicure e sul controllo delle contaminazioni. L’adozione di dieta senza glutine richiede l’attenzione continua alle etichette e alla preparazione dei pasti per evitare contaminazioni crociate.
È raccomandata la valutazione e il follow-up con un nutrizionista esperto per prevenire squilibri nutrizionali e pianificare eventuali integrazioni. I controlli periodici degli anticorpi restano utili per valutare la risposta alla dieta e per intercettare possibili complicanze.
Glutine, NCGS, IBS e il ruolo del caffè d’orzo
La sensibilità al glutine non celiaca (NCGS) è una condizione in cui l’ingestione di glutine provoca sintomi gastrointestinali ed extraintestinali senza le lesioni mucosali tipiche della celiachia. La NCGS viene definita sulla base dei sintomi e dell’esclusione di altre patologie, non mediante una marcata alterazione istologica.
Uno studio su una vasta coorte di giovani adulti ha rilevato che circa il 30% dei pazienti con sindrome dell’intestino irritabile (IBS) presenta sintomi sovrapponibili alla NCGS. Questo dato indica l’esistenza di un sottogruppo sensibile al glutine e complica la diagnosi differenziale.
La sovrapposizione sintomatica rende necessario sviluppare strumenti diagnostici più precisi. Gli specialisti segnalano la necessità di protocolli che integrino valutazioni cliniche, test di esclusione e monitoraggio dei sintomi.
Il caffè d’orzo, spesso utilizzato come alternativa al caffè, viene consumato da pazienti che cercano sollievo dai sintomi legati al glutine. Tuttavia, l’impatto del caffè d’orzo sui sintomi gastrointestinali rimane poco definito e richiede studi specifici per chiarire benefici e rischi.
Alessandro Bianchi, con esperienza in product management e analisi di dati, osserva che la variabilità dei sintomi richiede approcci personalizzati basati su monitoraggio clinico e misure oggettive. I controlli periodici degli anticorpi restano utili per valutare la risposta alla dieta e per intercettare possibili complicanze.
I controlli periodici degli anticorpi restano utili per valutare la risposta alla dieta e per intercettare possibili complicanze. Il caffè d’orzo, pur essendo privo di caffeina e spesso proposto come alternativa al caffè tradizionale, è ottenuto dall’orzo ed è quindi fonte di glutine. Per le persone con celiachia o con necessità di dieta senza glutine il prodotto non è sicuro e può scatenare reazioni cliniche. Inoltre, l’alto contenuto di fibre dell’orzo può provocare gonfiore in soggetti con intestino sensibile.
Il riconoscimento della celiachia richiede un elevato indice di sospetto, l’esecuzione di test mirati e la conferma istologica mediante biopsia. Differenziare la sensibilità al glutine non celiaca dall’irritable bowel syndrome resta una sfida clinica per gastroenterologi e specialisti. Scelte alimentari apparentemente innocue, come il consumo di caffè d’orzo, possono influire sul decorso dei pazienti sensibili al glutine. Un approccio multidisciplinare, con follow-up regolari, è associato a migliori esiti clinici e a una più pronta identificazione di complicanze.



