La meditazione non è uno spegnimento della mente. Lo conferma uno studio internazionale guidato dall’Università di Montreal, con il coinvolgimento del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR): i praticanti esperti mostrano pattern di attività cerebrale ricchi e finemente modulati, lontani dall’immagine stereotipata di una mente «inattiva».
Obiettivo della ricerca
I ricercatori hanno voluto capire come diverse pratiche meditative influenzino le dinamiche neurali e i processi attentivi. Confrontando tecniche differenti, lo studio mette in luce configurazioni specifiche dell’attività cerebrale invece di un unico effetto generale: non tanto un aumento uniforme dell’attivazione, quanto una riorganizzazione funzionale dei network cerebrali.
Il disegno dello studio
Dodici monaci del monastero di Santacittārāma, vicino a Roma, sono stati sottoposti a registrazioni con magnetoencefalografia (MEG) in un laboratorio di Chieti-Pescara. Il protocollo alternava brevi periodi di riposo a sessioni di due pratiche tradizionali: samatha e vipassana. I segnali grezzi sono stati analizzati con tecniche avanzate di elaborazione del segnale e algoritmi di machine learning, includendo misure di complessità e indicatori ispirati al concetto di «criticità». Questa combinazione metodologica ha permesso di sondare non solo l’intensità delle oscillazioni neurali, ma anche la loro organizzazione temporale e spaziale.
Chi ha partecipato e con quali strumenti
I partecipanti erano praticanti con esperienza consolidata, selezionati per la capacità di raggiungere stati meditativi riproducibili. L’uso del MEG ha garantito un’altissima risoluzione temporale, ideale per catturare i rapidi cambiamenti nelle oscillazioni cerebrali. Affiancando queste registrazioni a strumenti computazionali sofisticati, il team è riuscito a estrarre indici funzionali che vanno oltre le semplici variazioni di potenza spettrale, aprendo la strada a possibili biomarcatori legati alla pratica meditativa.
Samatha e vipassana: due allenamenti dell’attenzione
Samatha e vipassana operano su due fronti distinti. Samatha punta a stabilizzare l’attenzione su un singolo oggetto—per esempio il respiro—favorendo uno stato concentrato e coerente. Vipassana, invece, incoraggia un’osservazione aperta e continua di sensazioni, pensieri ed emozioni, promuovendo una vigilanza meno ristretta e più ripiegata sulla consapevolezza del flusso.
Nei dati neurofisiologici ciò si traduce in assetti diversi: la pratica di samatha tende a coincidere con configurazioni cerebrali più stabili e focalizzate, mentre la vipassana sembra avvicinare l’attività neurale a uno stato definito “critico”, caratterizzato da interazioni più ricche e flessibili tra le reti.
Che cosa significa «criticità»
Il termine, mutuato dalla fisica statistica, descrive un regime in cui un sistema vive al confine tra ordine e caos: abbastanza strutturato da trasmettere segnali coerenti, ma anche sufficientemente dinamico da adattarsi rapidamente. Applicato al cervello, questo concetto aiuta a spiegare perché alcune condizioni favoriscono efficienza e plasticità. Lo studio mostra che la vipassana tende a spingere l’attività cerebrale verso questa soglia dinamica, mentre la samatha produce uno stato più ordinato e coeso.
Risultati chiave
Pubblicato su Neuroscience of Consciousness, il lavoro rileva che entrambe le pratiche aumentano la complessità dei segnali rispetto al riposo: la meditazione si configura Parallelamente, gli autori documentano una riorganizzazione funzionale dei network, evidenziata dalla riduzione di alcuni indicatori di coesione globale. Differenze nei parametri legati alla criticità hanno inoltre permesso di distinguere le due pratiche in termini di dinamica cerebrale.
Implicazioni per attenzione, apprendimento e benessere
Spingere il cervello verso uno stato critico potrebbe favorire efficienza, flessibilità cognitiva e rapidità di adattamento—caratteristiche utili per alternare compiti e consolidare informazioni. Clinicamente, questi cambiamenti funzionano come una sorta di ricalibrazione dei processi attentivi: non si tratta di «abbassare» l’attività cerebrale, ma di modificarne il modo in cui vengono elaborati e integrati stimoli interni ed esterni. Trial controllati e dati real-world suggeriscono collegamenti con riduzioni di stress, ansia e sintomi depressivi, oltre a miglioramenti nella regolazione emotiva associati a indici di complessità neurale.
Limiti e sviluppi futuri
Restano questioni aperte, in particolare sulla natura causale del rapporto tra variazioni neurofisiologiche e benefici clinici. Passi successivi auspicabili includono studi con campioni più ampi e l’integrazione sistematica di misure neurofisiologiche e valutazioni cliniche per validare biomarcatori riproducibili. L’uso combinato di neuroimaging ad alta risoluzione e metriche di complessità promette di mettere in relazione esperienze soggettive profonde con meccanismi misurabili, offrendo ponti concreti tra pratiche contemplative tradizionali e applicazioni terapeutiche moderne.
Obiettivo della ricerca
I ricercatori hanno voluto capire come diverse pratiche meditative influenzino le dinamiche neurali e i processi attentivi. Confrontando tecniche differenti, lo studio mette in luce configurazioni specifiche dell’attività cerebrale invece di un unico effetto generale: non tanto un aumento uniforme dell’attivazione, quanto una riorganizzazione funzionale dei network cerebrali.0



