Come riconoscere i virus stagionali e perché il vaccino anti‑Rsv è importante

Un excursus sui virus che colpiscono soprattutto nei mesi freddi, la loro biologia, come distinguerli e l'impatto del vaccino anti‑Rsv su pazienti con patologie croniche

Con l’arrivo del freddo aumentano i malanni stagionali: raffreddori, bronchiti e altre infezioni respiratorie che circolano più facilmente quando le temperature scendono. Tra gli agenti più comuni ci sono i rhinovirus, spesso poco insidiosi, ma anche virus che possono causare quadri più severi, come l’influenza e il virus respiratorio sinciziale (RSV). Sebbene il Covid‑19 abbia oggi una circolazione meno legata al clima rispetto ad altri patogeni, la stagionalità resta un elemento chiave nella pianificazione dei servizi sanitari e nelle strategie di prevenzione. Per questo le autorità potenziano la sorveglianza e aggiornano le raccomandazioni vaccinali, con particolare attenzione ai gruppi più fragili.

I protagonisti e le loro differenze
I virus influenzali appartengono alla famiglia degli orthomyxoviridae e si riconoscono per la caratteristica superficie ornata di spike — le strutture che permettono al virus di entrare nelle cellule e che fungono da bersaglio per la risposta immunitaria. Su queste spike ci sono due antigeni principali: l’emoagglutinina (H) e la neuraminidasi (N). Proprio la variabilità di H e N spiega perché i vaccini devono essere aggiornati regolarmente.

A livello evolutivo i virus influenzali subiscono continua pressione: piccole mutazioni puntiformi (deriva antigenica) possono accumularsi alterando gli antigeni, mentre il riassortimento tra ceppi diversi (spostamento antigenico) — tipico dei virus di tipo A — può generare nuovi genotipi con potenziale epidemico. Per questo la sorveglianza virologica e le valutazioni di efficacia sono procedure indispensabili prima di lanciare una campagna vaccinale.

Tipologie principali
I virus dell’influenza si dividono in tre tipi: A, B e C. Il tipo A ha serbatoi sia umani sia animali e comprende molti sottotipi (es. H1, H3, N1, N2); i tipi B e C sono invece principalmente umani. Dal punto di vista genomico, A e B hanno otto segmenti di RNA, mentre C ne ha sette: questa differenza influenza la loro capacità di mutare e ricombinarsi, con conseguenze sulla composizione dei vaccini stagionali.

Sintomi, diagnosi e contagiosità
Clinicamente, l’influenza tipica esordisce in modo brusco con febbre alta, dolori muscolari e mal di testa; i sintomi respiratori non sempre si accompagnano a grande produzione di muco. Nei neonati la febbre può mancare e predominare sintomi gastrointestinali; negli anziani invece i segnali sono spesso sfumati, con comparsa soprattutto di debolezza. La diagnosi parte dall’esame clinico, ma la conferma richiede test specifici o isolamento virale.

La trasmissione dipende dal virus e dall’immunità della popolazione: luoghi affollati e chiusi facilitano la diffusione. Chi monitora le epidemie sa che un’ampia circolazione virale aumenta le probabilità che emergano nuove varianti, il che rende la sorveglianza un’attività continua.

Incubazione e modalità di trasmissione
I virus respiratori si diffondono principalmente attraverso secrezioni oro‑nasali e droplet, per contatto diretto con mucose (bocca, occhi, naso) o tramite superfici contaminate. Il periodo di incubazione varia in genere da 1 a 4 giorni; una persona può essere contagiosa già prima della comparsa dei sintomi e lo rimane per circa 3–4 giorni dopo. Questo intervallo facilita la trasmissione nelle comunità chiuse e densamente popolate e richiede protocolli di mitigazione mirati.

Quadri clinici e definizioni utili
Per la sorveglianza si usano sigle pratiche: ARI (Acute Respiratory Illness) raggruppa le infezioni respiratorie acute — rinite, faringite, laringite, bronchite — con diversa localizzazione e gravità. ILI (Influenza‑Like Illness) indica quadri con esordio improvviso, febbre >38°C e sintomi respiratori associati a manifestazioni sistemiche come mialgia e cefalea. Distinguere ARI da ILI è importante per il case finding, la notifica e le priorità vaccinali: definizioni standardizzate migliorano la comparabilità dei dati e le decisioni di sanità pubblica.

Perché prevenire conviene: il ruolo dei vaccini, incluso l’RSV
La prevenzione è una leva fondamentale, soprattutto per le persone con malattie croniche ostruttive come BPCO o Asma grave: l’RSV è infatti una causa frequente di riacutizzazioni. Dati real‑world mostrano che i vaccini anti‑RSV possono ridurre di oltre il 70% le forme più gravi e le riacutizzazioni che richiedono ospedalizzazione o ventilazione; questo si traduce non solo in minori complicanze immediate, ma anche in un potenziale calo del rischio di eventi cardiovascolari successivi.

Sul piano pratico, integrare la vaccinazione nei percorsi di cura dei pazienti a rischio contribuisce a contenere ospedalizzazioni e costi clinici e sociali. Le autorità regolatorie valutano i dati real‑world per stimare il rapporto rischio‑beneficio e pianificare le campagne; le evidenze attuali sostengono la prevenzione vaccinale come componente strutturale del management delle patologie ostruttive.

I protagonisti e le loro differenze
I virus influenzali appartengono alla famiglia degli orthomyxoviridae e si riconoscono per la caratteristica superficie ornata di spike — le strutture che permettono al virus di entrare nelle cellule e che fungono da bersaglio per la risposta immunitaria. Su queste spike ci sono due antigeni principali: l’emoagglutinina (H) e la neuraminidasi (N). Proprio la variabilità di H e N spiega perché i vaccini devono essere aggiornati regolarmente.0

Scritto da Staff

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