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La considerazione che una madre, o più in generale un caregiver, possa desiderare, anche in modo inconscio, il malessere del proprio bambino è un’idea che si scontra con la tradizionale concezione della maternità. Questa immagine è fortemente associata a una figura di protezione e sacrificio. Tuttavia, alcuni casi in cui un genitore provoca o ingigantisce malattie nei figli esistono e richiedono un’analisi approfondita.
Il comportamento in questione è classificato nella psicologia clinica come Disturbo fittizio imposto ad altri (Factitious Disorder Imposed on Another). In queste situazioni, il genitore, spesso la madre, presenta il bambino come affetto da una malattia, anche in assenza di un reale problema medico. I sintomi possono essere esagerati, falsificati o addirittura indotti attivamente dal genitore. Tuttavia, la questione centrale è rappresentata dalle motivazioni psicologiche che guidano tali comportamenti.
Motivazioni psicologiche e necessità emotive
Contrariamente a quanto si possa pensare, non è il guadagno economico a muovere tali azioni. Ciò che spesso si cerca è un vantaggio emotivo e un riconoscimento sociale. La malattia del figlio diventa un modo per strutturare la vita del genitore, giustificando scelte e rinunce, e conferendo un ruolo di premurosità e forza alla madre. Questo riconoscimento esterno può riempire un vuoto interiore, spesso legato a insoddisfazioni affettive o a difficoltà nella genitorialità.
Il legame tra maternità e fragilità
Le madri coinvolte in questi comportamenti spesso hanno alle spalle esperienze di vita caratterizzate da traumi, abbandoni o relazioni instabili. Anche se non sempre sono consapevoli di queste dinamiche, il figlio diventa un regolatore delle emozioni, e la maternità si trasforma in una relazione asimmetrica. In questo contesto, il benessere psicologico dell’adulto dipende dalla vulnerabilità del bambino.
Il controllo e la paura della separazione
Un elemento cruciale in questa dinamica è la necessità di controllo. Gestire una malattia, reale o percepita, offre una sensazione di padronanza su vari aspetti della vita quotidiana. Per le persone con una fragile identità e un’alta ansia, questo controllo rappresenta una strategia per affrontare il caos emotivo. Finché il bambino è “malato”, il ruolo del genitore è definito, e l’angoscia è contenuta.
Spesso, c’è anche una forte paura della separazione. Un bambino che appare fragile tende a rimanere vicino al genitore, creando una dipendenza emotiva. La crescita e l’autonomia del bambino possono essere percepite come minacce alla stabilità dell’adulto. In questo modo, la malattia diventa uno strumento per congelare il tempo e impedire il cambiamento, creando una dinamica relazionale rigida.
Come riconoscere i segnali di allerta
Uno degli aspetti più complessi di questo disturbo è la sua difficile identificazione. Il comportamento del genitore è spesso mascherato da una cura e una preoccupazione che sono socialmente accettate. Tuttavia, col passare del tempo, emergono alcuni segnali che meritano attenzione clinica, specialmente quando si presentano in modo ricorrente.
Indicatori clinici e relazionali
Un campanello d’allarme può essere rappresentato da una discrepanza tra i sintomi riferiti e quelli clinicamente riscontrati, con frequenti accessi a strutture sanitarie e consulti multipli che non portano a diagnosi chiare. Inoltre, i sintomi del bambino possono variare nel tempo e peggiorare senza spiegazioni mediche. Sul piano relazionale, il genitore può sembrare molto competente e collaborativo, ma mostra difficoltà a tollerare rassicurazioni o miglioramenti clinici.
Il vissuto del bambino è altrettanto rilevante: può sentirsi insicuro rispetto alle proprie sensazioni corporee e mostrare confusione nel distinguere tra dolore reale e aspettative del genitore. Nei bambini più grandi, possono manifestarsi segni di ansia, ipervigilanza e difficoltà nell’autonomia.
Le conseguenze per il bambino e l’importanza dell’intervento
Le ripercussioni per il bambino possono essere significative, anche senza danni fisici evidenti. Crescere con la percezione di essere sempre malati o vulnerabili influisce sull’autopercezione e sulla capacità di riconoscere i propri bisogni. In età adulta, queste esperienze possono tradursi in ansia cronica, difficoltà relazionali e confusione identitaria.
Il comportamento in questione è classificato nella psicologia clinica come Disturbo fittizio imposto ad altri (Factitious Disorder Imposed on Another). In queste situazioni, il genitore, spesso la madre, presenta il bambino come affetto da una malattia, anche in assenza di un reale problema medico. I sintomi possono essere esagerati, falsificati o addirittura indotti attivamente dal genitore. Tuttavia, la questione centrale è rappresentata dalle motivazioni psicologiche che guidano tali comportamenti.0



