Sostituire il comune sale da cucina con una versione arricchita di potassio potrebbe evitare ogni anno 2,96 milioni di decessi e 10,17 milioni di nuovi casi di malattie cardiovascolari e renali nel mondo. È la stima di uno studio internazionale pubblicato su Nature Health e coordinato da Liping Huang del George Institute for Global Health. Il lavoro ha simulato l’effetto di questo cambio in 193 Paesi e territori. L’obiettivo era misurare l’impatto di un intervento su due fattori di rischio molto diffusi: il consumo eccessivo di sodio e l’apporto insufficiente di potassio.
Gli autori hanno usato un modello di valutazione comparativa del rischio. I numeri sono quindi proiezioni matematiche e non benefici già osservati sulla popolazione. Secondo il modello, oltre ai decessi evitati, si risparmierebbero 69,43 milioni di anni di vita corretti per disabilità (DALY).
Sodio oltre il doppio dei limiti OMS, potassio sotto la soglia
L’ipertensione arteriosa è tra i principali fattori di rischio modificabili. Secondo le stime richiamate dai ricercatori, nel 2021 è stata responsabile di oltre 10 milioni di decessi cardiovascolari e di quasi mezzo milione di morti per malattia renale cronica.
A livello globale si assumono in media 4,3 grammi di sodio al giorno, più del doppio dei 2 grammi raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità. Il potassio si ferma invece a 2,3 grammi quotidiani, sotto il minimo di 3,5 grammi indicato dall’OMS.
Le campagne per ridurre il sale si scontrano spesso con la resistenza di consumatori e industria, perché ci si abitua a fatica a un gusto meno sapido. Il sale arricchito aggira in parte il problema. Nella formulazione considerata dallo studio, il 25% del cloruro di sodio è sostituito con cloruro di potassio. Il prodotto mantiene un sapore e un uso in cucina simili a quelli del sale tradizionale.
Cina e India in testa ai benefici assoluti
Nello scenario più ampio, quello in cui si sostituisce tutto il sale aggiunto (in casa, negli alimenti trasformati e nella ristorazione), i decessi evitati corrisponderebbero al 14,6% di quelli attribuibili a malattie cardiovascolari e renali. I nuovi casi prevenuti sarebbero il 13,1% del totale. I DALY risparmiati rappresenterebbero il 16,5% del carico annuale.
Le patologie che ne trarrebbero più vantaggio sono la cardiopatia ischemica, la cardiopatia ipertensiva, l’ictus e la malattia renale cronica. In termini assoluti i guadagni maggiori riguarderebbero Cina e India, dove le popolazioni sono numerose e il consumo di sale è elevato. In 133 Paesi su 193, cioè il 69%, si potrebbe prevenire almeno il 10% dei decessi cardiovascolari. Circa il 40% dei benefici complessivi andrebbe alle donne.
Anche il solo sale di casa fa la differenza: i cinque scenari
I ricercatori hanno confrontato cinque ipotesi di intervento. Oltre alla sostituzione totale, il modello ha valutato strategie più limitate:
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Solo sale discrezionale (aggiunto cucinando o a tavola): 1,85 milioni di decessi evitati, pari al 63% del beneficio massimo.
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Solo sale non discrezionale (alimenti trasformati e ristorazione): 1,56 milioni, pari al 53%.
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Sale discrezionale tra le persone con diagnosi di ipertensione: 590mila decessi in meno all’anno.
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Sale discrezionale tra gli ipertesi già in trattamento: circa 480mila.
Le ultime due opzioni salvano meno vite, ma potrebbero essere più semplici da attuare. Riguardano infatti persone già seguite dai servizi sanitari, nelle quali è possibile verificare prima eventuali controindicazioni.
Iperkaliemia, il rischio per chi ha reni compromessi
Più potassio non va bene per tutti. Quando i reni funzionano male, l’organismo fatica a smaltire il potassio in eccesso. La sua concentrazione nel sangue può allora salire, una condizione chiamata iperkaliemia, con possibili complicanze gravi come le alterazioni del ritmo cardiaco.
Tra i 239 milioni di adulti con malattia renale cronica agli stadi G3-G5, il modello stima 750mila decessi cardiovascolari evitati, ma anche circa 100mila morti in più legate all’iperkaliemia. Secondo gli autori il rischio reale potrebbe essere inferiore. Il modello presuppone infatti che i pazienti con malattia renale avanzata non possano essere esclusi dall’intervento, mentre nella pratica clinica la diagnosi consentirebbe di individuarli.
Per limitare il rischio, lo studio propone:
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uno screening più efficace della malattia renale cronica;
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avvertenze standardizzate sulle confezioni;
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l’indicazione del cloruro di potassio tra gli ingredienti;
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maggiore trasparenza sul contenuto di potassio nelle etichette nutrizionali.
Costi e industria alimentare, gli ostacoli al cambio
Secondo gli autori, una sostituzione su larga scala richiederebbe decenni. Servirebbe il coinvolgimento di istituzioni, professionisti sanitari, società scientifiche, industria alimentare e cittadini. Oggi il sale arricchito di potassio costa in media circa il doppio di quello tradizionale. Una diffusione più ampia e le economie di scala nella produzione del cloruro di potassio potrebbero ridurre questa differenza.
In Europa e negli Stati Uniti oltre il 70% del sodio assunto arriva da alimenti trasformati e ristorazione. Per questo, nei Paesi occidentali, la riformulazione dei prodotti da parte dell’industria pesa più delle scelte fatte nella cucina di casa. Gli autori richiamano le recenti raccomandazioni dell’OMS sui sostituti del sale a ridotto contenuto di sodio e arricchiti di potassio. Il passo successivo, sottolineano, è tradurre queste evidenze in politiche di prevenzione applicabili.
