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Un caso clinico ad alto rischio è stato risolto grazie all’integrazione di competenze specialistiche e all’impiego di dispositivi avanzati presso l’Azienda ospedaliera San Giuseppe Moscati di Avellino. Un uomo di 57 anni, trasferito da un’altra struttura per la gravità delle condizioni, presentava una stenosi valvolare aortica severa associata a uno scompenso cardiaco con notevole riduzione della frazione di eiezione, un quadro che aumenta significativamente il rischio operatorio.
Per affrontare la complessità del caso si è optato per una strategia mininvasiva e concertata, che ha combinato l’intervento dei reparti di Cardiologia interventistica e di Cardiochirurgia con il supporto temporaneo di un circuito extracorporeo. La procedura è stata condotta con il paziente in respiro spontaneo, senza ricorrere all’anestesia generale né all’intubazione, mediante una sedazione controllata e accuratamente monitorata.
La strategia terapeutica adottata
Per risolvere la stenosi aortica è stata eseguita una sostituzione valvolare aortica percutanea (Tavi), scelta che minimizza l’invasività rispetto alla chirurgia a cuore aperto. Durante le fasi più delicate dell’impianto valvolare, il team ha attivato un supporto con Ecmo (Extra Corporal Membrane Oxygenation) per stabilizzare la funzione cardiaca e polmonare. Questo sistema è stato utilizzato esclusivamente per il tempo strettamente necessario all’impianto della valvola, limitando l’esposizione del paziente al dispositivo.
Perché l’ecmo è stato determinante
L’uso dell’Ecmo ha permesso di sostenere temporaneamente il ventricolo sinistro nelle fasi a rischio, offrendo una rete di sicurezza emodinamica. In termini pratici, il dispositivo ha ridotto le fluttuazioni della pressione e ha concesso agli operatori di completare l’impianto in condizioni più controllate. È importante sottolineare che l’adozione dell’Ecmo in questo caso non è stata permanente ma mirata alle fasi critiche, con lo scopo di ridurre l’invasività globale dell’intervento.
Gestione anestesiologica e decorso postoperatorio
Un aspetto che ha contribuito al successo dell’intervento è stata la scelta di evitare l’anestesia generale. Il paziente è rimasto in respiro spontaneo per tutta la procedura, ricevendo una sedazione profilata e sorvegliata dal team di cardioanestesia. Questo approccio ha eliminato la necessità di intubazione e ha facilitato un risveglio rapido alla fine dell’intervento.
Recupero e follow-up immediato
Grazie alla minore invasività complessiva e al controllo accurato delle funzioni vitali, il paziente ha mostrato un risveglio immediato senza complicanze maggiori. Non è stato necessario il trasferimento in terapia intensiva e il ricovero è proseguito presso l’Unità operativa di Cardiologia per il monitoraggio e la stabilizzazione clinica. Questo decorso evidenzia i vantaggi della combinazione tra tecniche percutanee e strategie di supporto temporaneo per pazienti ad alto rischio.
La squadra e il valore della multidisciplinarità
Il risultato positivo è il frutto del lavoro coordinato di diverse figure professionali: al tavolo operatorio hanno partecipato i cardiologi interventisti Attilio Leone e Stefano Capobianco, il cardiochirurgo Oreste Presutto e il cardioanestesista Giuseppe Pescatore. Le attività sono state coordinate dai direttori delle unità operative: Brenno Fiorani per la Cardiochirurgia, Francesca Lanni per la Cardiologia-Utic e Arianna Pagano per la Cardioanestesia.
Questa esperienza conferma come l’integrazione tra competenze cliniche e l’impiego di tecnologie avanzate possano offrire risposte efficaci anche in situazioni complesse. Il Direttore Generale dell’Azienda ospedaliera ha sottolineato che l’esito ottenuto rafforza il ruolo della struttura come centro di riferimento per le patologie cardiovascolari ad alta complessità.
Impatto e prospettive
Il caso mette in luce alcune indicazioni pratiche: l’uso selettivo dell’Ecmo come ponte temporaneo, la preferenza per strategie mininvasive quando possibile e la gestione della sedazione in modalità che preservi il respiro spontaneo possono ridurre l’onere perioperatorio e accelerare il recupero. Questi principi possono essere applicati in centri dotati di équipe esperte e di infrastrutture per affrontare pazienti ad alto rischio.



