Negli ultimi anni la città di Milano ha registrato episodi di violenza giovanile che vanno ben oltre il classico teppismo. Rotture di vetrine, scontri nelle piazze e comportamenti incontrollati hanno spinto le autorità a cercare soluzioni rapide, ma il fenomeno resta irrisolto.
Il professor Andrea Fossati psicologo clinico e preside della Facoltà di Psicologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele, avverte che per comprendere davvero questi eventi è necessario superare l’analisi individuale e adottare una prospettiva multidisciplinare. Psicologia sociale, sociologia e scienze politiche devono dialogare per individuare le radici collettive del disagio giovanile.
Il disimpegno morale di gruppo: la teoria di Albert Bandura
Secondo la teoria del disimpegno morale elaborata da Albert Bandura, gli individui inseriti in un contesto di gruppo tendono a sospendere temporaneamente il proprio giudizio etico. La coesione di gruppo crea una netta distinzione tra “noi”, i membri considerati virtuosi, e “loro”, gli estranei da delegittimare. Questo meccanismo permette di giustificare azioni aggressive come accettabili, soprattutto quando il senso di responsabilità è diluito tra i partecipanti.
Le ricerche sulla deindividuazione confermano che l’anonimato percepito e la pressione dei pari riducono drasticamente l’autocontrollo. In scenari urbani, dove la presenza di gruppi numerosi è frequente, questi effetti amplificano la propensione a comportamenti distruttivi.
L’esperienza francese dimostra i limiti della sola repressione
Il professor Fossati richiama l’esempio della Francia paese che ha adottato normative estremamente severe e ha schierato forze di ordine e militari nelle strade per contenere i disordini. Nonostante queste misure, i fenomeni di violenza giovanile continuano a riemergere ciclicamente, indicando che la presenza repressiva da sola non è in grado di spezzare il ciclo di alienazione e rabbia.
Questa constatazione suggerisce che le politiche basate esclusivamente sul “pugno duro” trascurano le dinamiche psicologiche di gruppo e la necessità di interventi preventivi mirati.
Strategie di prevenzione: motivazione familiare e interventi precoce
Fossati sottolinea che la chiave per cambiare il trend non risiede nella coercizione, ma nella motivazione delle famiglie. Invogliare i giovani a partecipare volontariamente a percorsi di supporto con professionisti della salute mentale è fondamentale, perché un cambiamento imposto dall’alto rischia di fallire.
Il docente ricorda inoltre la sua attività clinica presso l’Ospedale San Raffaele Turro e l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, dove osserva quotidianamente come la combinazione di psicologia clinica e psicologia sociale possa produrre risultati concreti. Un approccio integrato, supportato da politiche pubbliche che favoriscano l’accesso a servizi di counselling e di educazione emotiva fin dall’adolescenza, appare come la via più promettente per arginare la tendenza alla violenza.
