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21 Ottobre 2026

Perché la sola repressione non ferma la rabbia dei giovani

Il professor Andrea Fossati analizza la violenza urbana dei giovani a Milano, evidenziando il ruolo del disimpegno morale e dei gruppi, e suggerendo soluzioni preventive oltre il pugno duro.

Perché la sola repressione non ferma la rabbia dei giovani

Negli ultimi anni la città di Milano ha registrato episodi di violenza giovanile che vanno ben oltre il classico teppismo. Rotture di vetrine, scontri nelle piazze e comportamenti incontrollati hanno spinto le autorità a cercare soluzioni rapide, ma il fenomeno resta irrisolto.

Il professor Andrea Fossati psicologo clinico e preside della Facoltà di Psicologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele, avverte che per comprendere davvero questi eventi è necessario superare l’analisi individuale e adottare una prospettiva multidisciplinare. Psicologia sociale, sociologia e scienze politiche devono dialogare per individuare le radici collettive del disagio giovanile.

Il disimpegno morale di gruppo: la teoria di Albert Bandura

Secondo la teoria del disimpegno morale elaborata da Albert Bandura, gli individui inseriti in un contesto di gruppo tendono a sospendere temporaneamente il proprio giudizio etico. La coesione di gruppo crea una netta distinzione tra “noi”, i membri considerati virtuosi, e “loro”, gli estranei da delegittimare. Questo meccanismo permette di giustificare azioni aggressive come accettabili, soprattutto quando il senso di responsabilità è diluito tra i partecipanti.

Le ricerche sulla deindividuazione confermano che l’anonimato percepito e la pressione dei pari riducono drasticamente l’autocontrollo. In scenari urbani, dove la presenza di gruppi numerosi è frequente, questi effetti amplificano la propensione a comportamenti distruttivi.

L’esperienza francese dimostra i limiti della sola repressione

Il professor Fossati richiama l’esempio della Francia paese che ha adottato normative estremamente severe e ha schierato forze di ordine e militari nelle strade per contenere i disordini. Nonostante queste misure, i fenomeni di violenza giovanile continuano a riemergere ciclicamente, indicando che la presenza repressiva da sola non è in grado di spezzare il ciclo di alienazione e rabbia.

Questa constatazione suggerisce che le politiche basate esclusivamente sul “pugno duro” trascurano le dinamiche psicologiche di gruppo e la necessità di interventi preventivi mirati.

Strategie di prevenzione: motivazione familiare e interventi precoce

Fossati sottolinea che la chiave per cambiare il trend non risiede nella coercizione, ma nella motivazione delle famiglie. Invogliare i giovani a partecipare volontariamente a percorsi di supporto con professionisti della salute mentale è fondamentale, perché un cambiamento imposto dall’alto rischia di fallire.

Il docente ricorda inoltre la sua attività clinica presso l’Ospedale San Raffaele Turro e l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, dove osserva quotidianamente come la combinazione di psicologia clinica e psicologia sociale possa produrre risultati concreti. Un approccio integrato, supportato da politiche pubbliche che favoriscano l’accesso a servizi di counselling e di educazione emotiva fin dall’adolescenza, appare come la via più promettente per arginare la tendenza alla violenza.