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Minicar, aggressioni e psicologia: perché i ragazzi si sentono vivi

I fatti accaduti nella notte romana mostrano come la ricerca di un brivido possa celare un profondo disagio giovanile.

In ottobre, due ragazzi di 16 e 17 anni hanno trasformato una semplice minicar in un veicolo di violenza, colpendo passanti per quello che hanno definito un “gioco”. Gli episodi, avvenuti in due serate diverse a Monteverde, hanno lasciato ferite fisiche e psicologiche, tra cui la più grave dell’attore Davide Iacopini, spinto per terra mentre era sul monopattino. Le autorità, guidate dal procuratore Ambrogio Cassiani, hanno subito avviato le indagini, mentre le famiglie delle due giovani vittime hanno espresso sgomento e confusione.

Ricostruzione dei fatti a bordo della minicar

Secondo le testimonianze raccolte, il conducente, figlio di un carabiniere, guidava la piccola automobile quando il compagno, già noto alle forze dell’ordine per precedenti minori, ha iniziato a colpire chiunque si trovasse a portata di mano. La violenza si è manifestata con calci, pugni e l’uso improvviso di un tubo di plastica contro un pedone anziano. Non vi è alcuna traccia video delle aggressioni: i ragazzi non hanno registrato gli episodi né li hanno condivisi online, dimostrando che il loro movente non era la ricerca di like ma un impulso interno.

Le motivazioni secondo gli esperti

Il psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini legge questi comportamenti attraverso il concetto di fantasia di recupero maturativo. Si tratta di una dinamica in cui giovani, percepiti come vuoti e privi di progetti, cercano emozioni forti condividendo un progetto comune che li fa sentire “vivi”. La noia dichiarata è, a suo avviso, solo la superficie di una disperazione più profonda che si esprime in atti trasgressivi capaci di dare al gruppo una temporanea sensazione di potere.

Il “codice dei fratelli” e la mente collettiva

Nel contesto dell’adolescenza, l’appartenenza è regolata da un codice affettivo che unisce i coetanei come una fratellanza. Questo legame può trasformarsi in un laboratorio dove si sperimentano forme di dipendenza emotiva. Quando il gruppo diventa una mente collettiva le decisioni individuali si amplificano, creando una specie di “soggetto” in grado di compiere gesti sia creativi sia distruttivi. Lancini osserva che la violenza, in questi casi, funge da antidoto all’inespressività emotiva, un modo per superare il senso di fallimento personale.

L’influenza della società e del digitale

Secondo gli specialisti, la società contemporanea ha sdoganato la violenza reale e simbolica rendendo più difficile per i giovani distinguere tra “gioco” e “reale”. L’American Psychological Association raccomanda di limitare l’esposizione a contenuti che glorificano la crudeltà, ma gli effetti di una cultura che premia l’audacia non sono sempre visibili. Anche se i due adolescenti non hanno documentato le aggressioni, la ricerca di riconoscimento è alimentata da una visione di potere diffusa nei media e nei gruppi online, dove chi compie atti crudi può diventare un “eroe” virtuale.

Responsabilità genitoriale e monitoraggio

Le indagini hanno rivelato la presenza di un’app di tracciamento installata dai genitori sul cellulare di uno dei ragazzi. Sebbene questo strumento abbia aiutato le forze dell’ordine a ricostruire i movimenti, evidenzia la difficoltà dei genitori nel bilanciare controllo e autonomia. Lancini sottolinea che isolare i giovani non è la soluzione: l’amicizia spontanea è parte integrante della crescita, ma è fondamentale individuare segnali di gruppi “tossici” prima che sfocino in violenza.

Affrontare questi fenomeni richiede interventi psicologici mirati, educazione digitale e una riflessione collettiva su come i giovani percepiscono il proprio ruolo nel mondo.

Scritto da Roberto Capelli

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