Come i gesti parlano: neuroscienze, cultura e identità

Un viaggio tra neuroscienze e cultura per capire come e perché le mani diventano una forma di comunicazione che integra pensiero, memoria e identità sociale

Chi parla con le mani: chi, cosa, dove e perché
Chi usa parole e gesti non comunica solo con la voce: le mani accompagnano, precisano, talvolta correggono ciò che viene detto. Il gesto è uno strumento cognitivo oltre che comunicativo: appare in ogni scena di vita quotidiana, dalle conversazioni informali alle riunioni di lavoro, e rende visibile il pensiero, facilitando la comprensione reciproca.

Leggere il codice non verbale
Quando qualcuno traccia un cerchio nell’aria, indica una direzione o batte il tempo con i polpastrelli, stiamo decifrando un linguaggio fatto di movimenti. Non si tratta di una decorazione del parlato: gesto e parola si intrecciano profondamente, nascono dall’interazione tra cervello, corpo e contesto sociale e lavorano insieme per costruire significato.

Le basi neurali del gesto
Studi neuroscientifici mostrano che aree legate al linguaggio e al movimento condividono percorsi comuni. Zone come l’area di Broca si attivano non solo nella formulazione delle frasi, ma anche nella pianificazione di gesti carichi di significato; la corteccia motoria e premotoria orchestrano l’esecuzione, mentre strutture come il giro sopramarginale aiutano a sincronizzare parola e movimento. Tutto ciò suggerisce un sistema integrato che unisce pensiero verbale e azione manuale.

Gesti che alleggeriscono la mente
Quando una frase è complessa, spesso le mani “partono” prima delle parole. I movimenti riducono il carico cognitivo, liberano risorse della memoria di lavoro e rendono più semplice spiegare processi tecnici o concetti astratti. In pratica, muovere le mani è anche un modo per pensare meglio.

Tipologie di gesti e cosa comunicano
I gesti assumono forme e funzioni diverse: gli iconici riproducono aspetti concreti (per esempio mimare la forma di un oggetto); i metaforici traducono in movimenti idee astratte; i deittici servono a indicare persone, cose o direzioni; gli emblematici sono segnali convenzionali condivisi culturalmente (come il pollice alzato). Ogni categoria contribuisce a completare o persino sostituire la parola.

Come si sviluppa il vocabolario gestuale
I primi segni — spesso deittici — compaiono già tra i 9 e i 12 mesi: il bambino indica, indica ancora, impara a ottenere attenzione e a condividere l’esperienza. L’imitazione gioca un ruolo centrale: grazie ai cosiddetti neuroni specchio, i bambini osservano e riproducono i movimenti degli adulti, costruendo un lessico visivo che si affianca alle prime parole.

Chi gesticola di più e perché
La quantità e la qualità dei gesti variano molto da persona a persona e a seconda della situazione. Connessioni neurali più robuste tra aree linguistiche e motorie favoriscono una gestualità spontanea; un compito mentale difficile la aumenta; i “pensatori visivi” tendono a muovere le mani più dei pensatori verbali. Anche la personalità conta: gli estroversi spesso usano movimenti ampi, mentre l’ansia può tradursi in gesti adattatori — toccarsi il viso o giocherellare con gli oggetti.

Bilinguismo e movimento
Per chi parla più di una lingua, le mani sono un ponte utile: durante esitazioni in una lingua meno familiare i gesti rafforzano l’espressione e aiutano a mantenere il filo del discorso. Tuttavia, in contesti dove la norma sociale è una comunicazione più contenuta, molti bilingui modulano la loro gestualità per adeguarsi al gruppo.

Il peso della cultura: perché gli italiani gesticolano tanto
La maggiore vivacità gestuale in alcune culture, come quella mediterranea, nasce da fattori storici e sociali. In società caratterizzate da forte frammentarietà dialettale, i movimenti delle mani hanno spesso funzionato da codice condiviso, superando barriere linguistiche. L’esposizione precoce a ambienti ricchi di gestualità rafforza poi le connessioni neurali che legano movimento e linguaggio. Anche la struttura della lingua influisce: quando elementi grammaticali restano impliciti, le mani colmano il vuoto e completano il messaggio. Infine, il valore culturale attribuito all’espressività trasforma il gesto in una componente naturale e quotidiana delle relazioni.

Un ultimo sguardo
Guardare le mani che accompagnano una conversazione significa leggere molto più di un semplice gesto: significa accedere a un intreccio di cervello, corpo e cultura che rende il linguaggio più ricco, preciso e umano.

Scritto da Staff

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