Come interpretare il male per migliorare la prevenzione: prospettive cliniche e casi giudiziari

Un articolo che esplora come la clinica, la criminologia e le vicende processuali possano offrire strumenti concreti per riconoscere e prevenire il male nella società

Affrontare il tema del male richiede un approccio che vada oltre l’emozione e il sensazionalismo: occorre mettere insieme competenze cliniche, storiche e giudiziarie per costruire strumenti di prevenzione. Il volume curato da Cindy Pavan e i diversi contributi che lo compongono mostrano come non sia utile confinare il male in figure mostruose; al contrario, spesso si tratta di processi che si possono individuare se si esercita uno sguardo attento e informato. In questa prospettiva le storie giudiziarie e le testimonianze costituiscono materiale prezioso per insegnare agli operatori come leggere segnali sottili prima che diventino tragedie.

Perché è fondamentale leggere il male

La proposta centrale è semplice ma radicale: la prevenzione parte dall’osservazione clinica e dall’esame accurato della storia delle persone, non dall’attesa dell’evento criminale. Come sottolinea Matteo Pacini, psichiatra, nelle pagine del volume, molti individui che offrono segnali di rischio transitano nei servizi sanitari senza essere riconosciuti come tali. Interpretare correttamente i segnali richiede competenze diagnostiche solide e un’anamnesi attenta: la differenza tra un intervento tempestivo e il ricorso alle manette può dipendere proprio da questa capacità di lettura.

Il contributo della filosofia e dell’etica clinica

Accanto alla dimensione clinica, la riflessione filosofica di Gloria Albonetti mette in discussione concetti come libero arbitrio e responsabilità. Per chi lavora con persone vulnerabili questa non è una speculazione: capire se il comportamento violento sia frutto di una scelta consapevole o il risultato di condizionamenti profondi cambia profondamente l’approccio terapeutico e le strategie di gestione del rischio. La presa in carico, quindi, deve integrare aspetti psicologici, sociali e morali.

Casi giudiziari che insegnano

I casi concreti permettono di tradurre teorie in pratiche operative. La vicenda di Maria Chindamo, scomparsa la mattina del 6 maggio 2016 a Limbadi, offre spunti importanti: la testimonianza in aula di Lia Staropoli, riportata il 24/03/2026, descrive la presenza di veicoli sospetti e di un fuoristrada «vecchio e sporco» con un telone «allacciato male» che sventolava. Dettagli del genere, se raccolti tempestivamente e verificati, possono orientare indagini e interventi preventivi; la loro assenza nei verbali originari evidenzia i limiti della raccolta delle informazioni sul momento.

Memoria, affidabilità e controesame

La deposizione della teste ha anche mostrato i limiti della memoria e i rischi delle ricostruzioni a distanza di anni: durante il controesame è stato rilevato che alcuni particolari non comparivano nelle interviste del 2016, e sono stati posti dubbi sugli orari dichiarati. Questo mette in evidenza l’importanza di procedure investigative standardizzate e della collaborazione precoce tra operatori sanitari e forze dell’ordine, perché i dettagli possono essere decisivi nel ricostruire eventi complessi.

La lettura delle tracce fisiche e simboliche

Un altro insegnamento proviene dall’analisi forense: la consulenza dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, depositata alla Procura di Pavia e riferita nei giorni scorsi, suggerisce che Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 a Garlasco, avrebbe lottato con il suo aggressore, lasciando sul corpo segni di colluttazione e tracce sotto le unghie. Questi elementi forniscono informazioni sul tipo di evento, sulle fasi del crimine e sulle possibili dinamiche relazionali. Il dato forense, quindi, integra la ricostruzione narrativa e aiuta a distinguere tra ipotesi alternative.

La firma e il profiling

Marianna Cuccuru, criminologa, ricorda quanto sia utile osservare la firma lasciata dall’autore di un reato: segni apparentemente irrazionali sulla scena possono comunicare aspetti della personalità e della motivazione. Interpretare correttamente queste tracce è un esercizio che richiede formazione e strumenti specifici, e che diventa parte del percorso di prevenzione quando si traduce in valutazione del rischio e azioni mirate di tutela.

Cultura, media e mistificazione

Infine, non si può ignorare il ruolo dei media e della cultura nella costruzione dell’immagine del crimine. Giulio Campaioli ripercorre il panico satanico degli anni Ottanta e dimostra come false ricostruzioni e terapie mal orientate abbiano causato danni duraturi. Raffaello Castellano approfondisce il contributo del cinema nella creazione dei miti del serial killer esoterico: queste rappresentazioni deformano la percezione pubblica e possono ostacolare tanto l’indagine quanto la presa in carico clinica.

Il messaggio che emerge è chiaro: il male non si elimina ignorandolo né celebrandolo. Si riduce comprendendolo, costruendo pratiche di prevenzione fondate su diagnosi attente, collaborazione tra settori e una rappresentazione pubblica responsabile. Sono proprio gli incroci tra psicologia, criminologia forense, testimonianze e storia a offrire la mappa più utile per intervenire prima che sia troppo tardi.

Scritto da Staff

Serata di musica e spiritualità con San Gregorio in Armonia

Leggi anche