In un colpo di scena che ha scosso il mondo della sanità italiana, il governo Meloni ha deciso di rinunciare alla riforma dei medici di famiglia una mossa che potrebbe avere conseguenze significative per le Case di comunità previste dal Pnrr. La decisione, annunciata il 6 giugno 2026, è stata accolta con sorpresa e preoccupazione da molti esperti del settore.
La riforma, che avrebbe dovuto riempire le oltre mille Case di comunità in tutta Italia, era stata discussa per mesi, se non anni, fin dai tempi del governo Draghi. Nonostante il supporto unanime delle Regioni, il governo ha deciso di rimettere il decreto nei cassetti, cedendo alle pressioni della categoria e alle critiche interne alla maggioranza. Forza Italia, Fratelli d’Italia e la Lega hanno espresso forti dubbi, con il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato (Fdi) che ha rassicurato sulla disponibilità dei medici di medicina generale.
Le ragioni della retromarcia
Il ministro della Salute Orazio Schillaci, che aveva lavorato intensamente alla riforma, ha espresso la sua delusione ma ha anche ribadito la sua convinzione che una soluzione sarà trovata. “Io sono convinto che troveremo una quadra sulla riforma della medicina generale perché la quadra va trovata nell’interesse dei cittadini”, ha dichiarato Schillaci durante la Festa dell’Innovazione a Venezia. Ha sottolineato l’importanza di dotare il Servizio sanitario nazionale di una visione più moderna e di rivalutare la professionalità dei medici di medicina generale.
Tuttavia, le resistenze interne alla maggioranza e le critiche dei medici di famiglia, che temevano un cambiamento nella loro convenzione, hanno portato alla decisione di accantonare il decreto. I medici di famiglia sono liberi professionisti convenzionati con il Ssn, e la proposta di assunzione come dipendenti per lavorare nelle Case di comunità più sguarnite ha scatenato una forte reazione.
Le conseguenze per le Case di comunità
Le Case di comunità, maxi ambulatori sul territorio previsti per fare visite, esami e prevenzione, sono un elemento chiave del Pnrr. Con l’apertura prevista per fine giugno, il rischio è che queste strutture rimangano vuote o sottoutilizzate. Dall’Europa sono arrivati due miliardi di euro, e quando ci saranno i controlli di Bruxelles, c’è il rischio che ci richiedano indietro i fondi se le strutture non funzioneranno come previsto.
Schillaci e le Regioni avevano immaginato un canale residuale che prevedesse l’assunzione di un contingente di dottori come dipendenti per lavorare nelle Case di comunità più sguarnite. Tuttavia, anche questa ipotesi più soft ha scatenato la reazione dei medici di famiglia, che preferiscono mantenere la convenzione attuale. Si ipotizza ora di lavorare alla prossima convenzione (2026-2027) per inserire un “obbligo” orario di 6 ore a settimana da spendere nelle Case di comunità.
Le reazioni delle opposizioni
Le opposizioni non hanno tardato a criticare la decisione del governo. Il Pd e il M5S hanno parlato di “ennesimo disastro” e di un governo “allo sbando”. Mariolina Castellone (5 Stelle) ha chiesto di fare piena luce su “possibili conflitti di interesse” legati all’Enpam, l’ente previdenziale dei medici, che “gestisce miliardi” e “interviene su riforme che possono incidere sui propri equilibri economici e contributivi”.
La Lega, da parte sua, ha espresso forti dubbi sulla riforma Schillaci, preferendo una soluzione che valorizzi le aggregazioni tra medici per offrire più servizi ai cittadini e ridurre la burocrazia. “Crediamo che la salute dei cittadini si tuteli con soluzioni operative e di buonsenso, non con imposizioni ideologiche o modelli rigidi che rischiano di lasciare vuote le strutture finanziate dal Pnrr”, ha dichiarato il dipartimento Sanità della Lega.
Le prossime settimane saranno cruciali per capire come si evolverà la situazione e quali soluzioni verranno trovate per garantire un servizio sanitario efficiente e vicino ai cittadini.


