Nel 2026, nonostante un lieve miglioramento rispetto all’anno precedente, la situazione alimentare globale rimane critica. Secondo il rapporto The State of Food Security and Nutrition in the World 2026 pubblicato dalle principali agenzie delle Nazioni Unite, circa 645 milioni di persone nel mondo continuano a soffrire la fame. Questo numero, seppur inferiore di 14 milioni rispetto al 2026, rappresenta ancora una sfida enorme per la comunità internazionale.
Il vero problema non è più solo la disponibilità di cibo, ma la sua accessibilità economica. Il costo medio di una dieta sana è salito a 4,28 dollari al giorno, una cifra che l’inflazione ha reso proibitiva per oltre un terzo della popolazione mondiale. Donne e bambini sono i più colpiti, con diete povere di varietà che allontanano sempre più il pianeta dagli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati per il 2030.
L’Africa, epicentro della crisi alimentare
L’Africa è il continente più colpito dalla crisi alimentare. Nel 2026, un africano su cinque ha sofferto la fame, una quota che, seppur stabile rispetto al 20,3% del 2026, si traduce in numeri assoluti sempre più alti a causa della pressione demografica. Il continente ha così superato l’Asia, diventando l’area con il maggior numero di persone affamate al mondo, con 309,2 milioni di individui che vivono in condizioni di insicurezza alimentare moderata o grave.
Le proiezioni al 2030 stimano che più della metà delle persone affamate del pianeta si troverà in Africa, dove la fame potrebbe ancora colpire quasi un abitante su cinque. All’interno di questo quadro, esistono realtà molto diverse: l’Africa centrale e orientale, con percentuali che superano il 25%, restano le aree più colpite, mentre il Nordafrica si ferma al 9,8%.
Il costo di una dieta sana e le fragilità strutturali
Se la fame racconta la parte più visibile della crisi, il costo del cibo ne svela la radice economica. In Africa, una dieta sana costa in media 4,35 dollari al giorno, una soglia che i due terzi della popolazione – oltre un miliardo di persone – non riescono a permettersi. Si tratta della percentuale più alta al mondo. A pesare di più sul bilancio delle famiglie sono gli alimenti di origine animale, entrati nella fascia di prezzo più cara a livello globale in quasi 7 paesi africani su 10, mentre la frutta resta uno dei beni relativamente più accessibili.
Le politiche di sostegno interno faticano a incidere su questi prezzi più che altrove; eppure, se inserita in una strategia coordinata a livello internazionale, l’Africa diventa la regione che trae maggior beneficio da ogni dollaro investito in sussidi, capace di generare un effetto moltiplicatore quasi doppio rispetto alla spesa iniziale.
Le fragilità strutturali da colmare
Dietro questi numeri emergono fragilità strutturali che il rapporto individua come priorità di intervento. La carenza di catene del freddo e di infrastrutture rurali adeguate provoca perdite post-raccolto che superano il 30-40% per frutta, verdura, pesce e latticini, mentre gli investimenti in ricerca e sviluppo agroalimentare restano marginali, appena il 3% della spesa mondiale del settore.
Nutrizione: luci e ombre
Sul fronte nutrizionale, il continente mostra un volto più sfaccettato, fatto di luci e ombre. Da un lato, l’Africa è oggi l’unica regione al mondo sulla buona strada per raggiungere gli obiettivi globali di riduzione del sovrappeso e del deperimento infantile, entrambi ormai sotto il 6%. Dall’altro, resta indietro su fronti altrettanto decisivi: il ritardo della crescita nei bambini, sceso dal 34% del 2012 al 30,3% nel 2026, migliora troppo lentamente, mentre l’anemia nelle donne peggiora anno dopo anno.
A ciò si aggiunge una diversità alimentare ancora largamente insufficiente, che in Africa tocca i valori più bassi registrati a livello mondiale sia tra i bambini piccoli che tra le donne in età fertile, mentre l’obesità adulta, seppur partendo da livelli contenuti, continua a crescere in parallelo.
Il rapporto ONU del 2026 offre un quadro dettagliato della situazione alimentare globale, evidenziando le sfide economiche e strutturali che devono essere affrontate per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile. La strada da percorrere è ancora lunga, ma i progressi sono possibili con impegno politico, investimenti costanti e politiche abilitanti.


