Impossible Motherhood (Maternità impossibile)

maternità

Impossible Motherhood (Maternità impossibile) è l’autobiografia di Irene Vilar, scrittrice portoricana. Da questo libro emergono due aspetti fondamentali: un matrimonio fallito e quindici interruzioni di gravidanza in 15 anni. La vita della scrittrice è stata segnata inevitabilmente dall’aborto. Lei stessa oggi all’età di 40 anni é madre di due bambini. Si racconta come una persona che per 16 anni ha sofferto di abortion addiction (dipendenza da aborto). Questo libro è uscito negli Usa, all’inizio del mese di ottobre e presto arriverà anche nelle librerie italiane. La scrittrice ha avuto una vita dura fin dai primi anni della sua vita. La nonna in carcere per 25 anni, la madre subisce a 33 anni un’ isterectomia, i sue due fratelli sono tossicodipendenti.

A 16 anni si sposa con un professore universitario cinquantenne. Il suo matrimonio è un incubo: violenza, tentativi di suicidio e automutilazioni. Lui la plagia psicologicamente. Con l’assurda convinzione che con i bambini il desiderio sessuale muore, così, ogni che è incinta, va ad abortire.

La morte del suo fedele cane le da uno spunto di riflessione sulla sua vita e decide di cambiarla. Lasciato il marito e s’innamora di un altro uomo, si risposa e, per la prima porta a termine una gravidanza. Questa storia è sconvolgente ma è reale. Oggi che è madre di due figlie e fa la editor alla Texas Tech University Press e l’agente letterario presso la Vilar Creative Agency e la Ray-Gude Mertin Literary Agency, ha deciso di raccontare la sua esperienza in un libro.

L’aborto nella vita di Irene Vilar

Nella sua vita l’aborto rappresenta senza dubbio un elemento di tragedia e di autodistruzione. Ma non è d’accordo che lo sia in sé e per sé. Nel suo caso sì, è un percorso terribile che nasce dal senso di rifugio, potere, fortuna e conforto che la gravidanza le dava e che ogni volta le permetteva di superare il senso di disperazione e inadeguatezza che veniva dal suo passato, dalla sua difficile storia familiare.

Ma ben presto quella sensazione positiva veniva sostituita dal panico di perdere suo marito e di diventare madre davvero. Quel panico cancellava qualsiasi positività e la scaraventava nella depressione, fino all’aborto. E lentamente si era creato un ciclo, un circolo vizioso che le ha dato dipendenza fino a portare a 15 aborti in 15 anni.

Le reazioni all’uscita del libro

Ci sono state reazioni politiche molto violente all’uscita del libro. Sono stati creati numerosi blog contro di lei che contengono commenti dai toni molto minacciosi. Ma per fortuna non le è capitato nulla di grave o di eclatante. Invece il movimento Pro-Choice è stato in disparte, non ha preso le sue difese – forse perché temeva che la sua storia potesse essere usata da chi è contrario all’aborto per dire “Lo vedete che succede a lasciare libere le donne di abortire?” e a chiedere leggi più severe. Lei per conto suo voleva semplicemente raccontare la sua storia, attirando l’attenzione su importanti questioni riguardanti la salute riproduttiva, questioni che spesso non sono affrontate con la serietà che meritano.

Davvero i figli sono incompatibili con la libertà?

Gestire un’attività professionale di alto livello con una doppia maternità presenta qualche problema.

Così la scrittrice consiglia alle donne di non dividersi a metà. Di essere sempre complete, presenti al 100% in ogni aspetto e in ogni momento della giornata e della vita, organizzando la giornata di conseguenza. I primi due anni di vita dei bambini, consiglia la scrittrice, “bisogna che siate madri a tempo pieno sacrificando il lavoro – naturalmente se la vostra situazione economica ve lo permette (ma anche qui si può cercare di intervenire tagliando certe spese per compensare il break lavorativo) – poi tornerete a conciliare professione e maternità: la vita è lunga, ci sono anni consacrati al lavoro e anni dedicati alla famiglia, l’importante è che quando scegli di essere madre lo sei con tutta te stessa”.

Lei per esempio segue i suoi figli a casa anche nello studio (negli usa si può) e lavora di notte. Chi ci va di mezzo è suo marito, ma del resto lo avevano deciso prima di avere figli e lo avevano deciso insieme.

Il problema è che dalla società arriva il messaggio di una dicotomia tra lavoro e maternità, è diffuso il pregiudizio che la genitorialità sia una prigione, che ci blocchi. Invece è un lavoro creativo. Una professione stupenda e complessa da affrontare con personalità e grinta. Non si fa il genitore di default… “credo nel potere della tua voce e della mia di fare la differenza”

Si legge infatti nel sito ufficiale della scrittrice, che cerca così di dare voce e di spingere a parlare tutte quelle donne che, per le più svariate motivazioni, hanno scelto di spezzare il naturale processo della procreazione.

Il caso della Vilar è indubbiamente eclatante, eppure la reiterazione dell’aborto è una pratica ben più diffusa di quanto sembri.

Negli Stati Uniti, infatti, il 20% delle donne ha abortito due volte nella vita. Il 10% lo ha fatto anche tre o più volte.

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