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Chiude l’Ilva di Taranto: ultima fusione, disoccupazione e proteste

L’ultimo getto di ghisa segna la fine della produzione primaria dell’Ilva, mentre dipendenti e sindacati lottano per lavori e ammortizzatori sociali.

Il 9 ottobre 2026, alle 03:03, l’altoforno 2 dell’ex Ilva di Taranto ha erogato l’ultima colata di ghisa, chiudendo definitivamente la produzione di acciaio primario in Italia. Dopo più di sessant’anni di attività, l’impianto, che nel 2007 aveva toccato il picco di 10 milioni di tonnellate annue, era ormai ridotto a una media di 2 milioni di tonnellate. L’altoforno è stato lasciato in preriscaldo una fase che mantiene accesa la fiamma senza generare prodotto, in attesa della decisione definitiva della Corte di Cassazione.

Preriscaldo, decisioni giudiziarie e fine dell’area a caldo

La Corte d’Appello di Milano ha fissato un termine di novanta giorni, a partire da luglio, entro il quale l’intera area a caldo deve essere fermata. Il preriscaldo consente di rispettare il provvedimento, ma al tempo stesso mantiene aperta la porta per un eventuale ribaltamento della sentenza da parte della Cassazione, previsto per il 20 ottobre. Se la sentenza rimarrà confermata, l’altoforno dovrà essere spenta definitivamente entro il 25 ottobre, chiudendo i battenti in maniera irrevocabile.

Cassa integrazione e mobilitazione dei lavoratori

Nel frattempo, la situazione dei dipendenti è divenuta critica. Circa 3.000 operai sono attualmente in cassa integrazione una cifra che potrebbe salire fino a 4.450 se verrà estesa a tutto il personale dell’indotto. Giuseppe De Giorgio, operaio di 52 anni iscritto alla Uilm, racconta che gli ultimi quattordici anni sono stati segnati da continui ricorsi alla cassa integrazione, con ricavi insufficienti a coprire le spese familiari. Il sottoscritto ha sottolineato la duplice difficoltà di essere contemporaneamente cittadino di Taranto e lavoratore del sito: “Siamo costretti a lottare per arrivare a fine mese, mentre chiediamo al contempo condizioni ambientali più sane”.

Lo sciopero del 12 ottobre

Il 12 ottobre i sindacati Fim-Cisl, Fiom-Cgil, Uilm e Usb hanno indetto uno sciopero nazionale di 24 ore, esteso da Taranto a Genova e Novi Ligure. La decisione, presa dopo l’incontro a Palazzo Chigi dell’8 ottobre, è stata motivata dall’assenza di prospettive concrete per la ripresa delle attività. La protesta ha coinvolto sia i lavoratori diretti di Acciaierie d’Italia sia gli addetti dell’indotto-appalto, segnando il primo blocco di dimensioni nazionali dopo il precedente sciopero limitato al solo territorio tarantino del 14 settembre.

Il ruolo di Genova e le dichiarazioni della sindaca Salis

In Sardegna, la sindaca di Genova, Silvia Salis, ha definito “assurda” la decisione di fermare la produzione nella zona meridionale, sostenendo che la città del Nord è pienamente in grado di continuare a produrre acciaio. Durante un corteo con i lavoratori dell’ex Ilva, la mandataria ha dichiarato: “Genova può andare avanti senza dipendere da Taranto”. La sua affermazione ha riacceso il dibattito sulla necessità di diversificare la produzione nazionale e di evitare la concentrazione di poteri produttivi in un’unica area geografica.

Prospettive governative e piano per un’acciaio più verde

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ha annunciato l’intenzione di presentare al Consiglio dei Ministri un decreto-legge che preveda una cassa integrazione mirata alla continuità dell’attività, non alla chiusura. Il documento intende promuovere la transizione verso una produzione di acciaio green basata su impianti DRI (Direct Reduction Iron) e forni elettrici, a patto di elaborare un piano industriale solido. Parallelamente, la Federacciai, guidata da Antonio Gozzi, ha ampliato la propria cordata includendo il gruppo Eusider con l’obiettivo di rilevare gli impianti non soggetti al blocco dell’area a caldo.

Impatto sull’indotto del Nord

Il futuro di Novi Ligure, storica cittadina piemontese legata alla siderurgia sin dal 1912, appare particolarmente incerto. Con più di 5.400 dipendenti nello stabilimento e nell’indotto, la possibile estensione della cassa integrazione rischia di coinvolgere quasi tutto il personale, lasciando solo una manciata di tecnici per la sicurezza degli impianti. I sindacalisti hanno proposto di acquistare acciaio da altri produttori per mantenere attiva la filiera, ma i commissari hanno respinto l’idea citando la mancanza di fondi.

Le decisioni che verranno prese nelle prossime settimane definiranno il destino dell’intero comparto siderurgico italiano.

Scritto da Roberto Capelli

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