Diagnosi precoce tumori: il 54% degli italiani ignora gli screening

Nel 2026, oltre 14 milioni di italiani sono stati invitati a partecipare agli screening per tumori al seno, colon-retto e cervice uterina, ma più della metà non ha risposto.

Nel 2026, il sistema sanitario nazionale ha inviato oltre 14 milioni di inviti per screening oncologici, coprendo tumori della mammella, del colon retto e della cervice uterina. Tuttavia, più di 7,5 milioni di persone, pari al 54%, non hanno risposto a questa chiamata, perdendo un’opportunità cruciale per una diagnosi precoce. Questo dato allarmante emerge dal Report 2026 dell’Osservatorio Nazionale Screening, analizzato dalla Fondazione Gimbe.

Il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, ha sottolineato che le basse adesioni e le profonde disuguaglianze territoriali stanno compromettendo l’efficacia degli screening, strumenti fondamentali per individuare precocemente tumori e lesioni precancerose. Il bilancio è pesante: oltre 50.300 casi non sono stati intercettati dai programmi organizzati.

Disuguaglianze regionali: un problema persistente

L’analisi rivela forti differenze tra le regioni italiane. Alcune riescono non solo a inviare gli inviti, ma anche a implementare politiche di recupero per chi non ha risposto alla prima chiamata. Altre, invece, sono lontane dai livelli di sufficienza. Ad esempio, la Valle d’Aosta ha i tassi più bassi di inviti per lo screening del tumore della mammella (58,1%), la Calabria per quello del tumore del collo dell’utero (74,3%), e la Sardegna per il colon retto (60,8%).

Le performance peggiori in termini di adesione si registrano in Calabria, dove solo il 4,5% degli invitati ha risposto allo screening del colon retto, il 12,2% a quello della cervice, e il 15,2% a quello della mammella. Seguono Sicilia e Campania. Queste disomogeneità hanno conseguenze gravi: nel 2026, sono sfuggiti alla diagnosi oltre 11.000 carcinomi della mammella, quasi 9.700 lesioni precancerose del collo dell’utero, 4.700 tumori del colon-retto e quasi 25.000 adenomi avanzati.

Le criticità organizzative del Mezzogiorno

Nel Mezzogiorno, le criticità organizzative rimangono rilevanti. Per lo screening mammografico, solo il Molise ha raggiunto la soglia del 100% di inviti, mentre in altre regioni del Sud i tassi sono significativamente più bassi. Per lo screening cervicale, l’estensione degli inviti supera il 100% in 14 regioni, ma la Calabria si ferma al 74,3%. L’adesione media nazionale allo screening mammografico è del 50%, con punte del 74% in Trentino e minimi del 15,2% in Calabria.

Il tasso di adesione riflette anche la capacità dei servizi sanitari regionali di gestire l’intero percorso: aggiornare le anagrafiche, programmare e spedire gli inviti, realizzare campagne di sensibilizzazione ed erogare i test. Nonostante una crescita negli inviti e nella copertura della popolazione, l’Italia è ancora lontana dall’obiettivo del 90% fissato dal Consiglio dell’Unione Europea per il 2026. Il Piano Nazionale di Prevenzione 2026-2031 ha spostato questo traguardo, con obiettivi intermedi del 70% e dell’80%.

L’importanza della diagnosi precoce

La diagnosi precoce è fondamentale per aumentare le possibilità di cura e migliorare la qualità della vita dei pazienti. Gli screening organizzati permettono di intercettare tumori e lesioni precancerose in fase iniziale, quando le opzioni terapeutiche sono più efficaci. Tuttavia, le basse adesioni e le disuguaglianze territoriali stanno compromettendo questo processo, mettendo a rischio la salute di migliaia di persone.

Per migliorare la situazione, è necessario un impegno congiunto tra istituzioni, operatori sanitari e cittadini. Le campagne di sensibilizzazione devono essere rafforzate, e le regioni con performance più basse devono ricevere supporto per migliorare l’organizzazione degli screening. Solo così sarà possibile raggiungere gli obiettivi di copertura e garantire a tutti i cittadini l’accesso a una diagnosi precoce.

Scritto da Emanuele Galli

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