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Epidermolisi bollosa: cause, diagnosi e terapie d’avanguardia

Una malattia genetica rara che trasforma la pelle in una fragilissima membrana, ma le nuove terapie geniche offrono speranza.

L’epidermolisi bollosa nota anche come sindrome dei bambini farfalla è una patologia genetica che rende la cute e le mucose incredibilmente suscettibili a lesioni, anche a seguito di sfregamenti minimi. In Italia sono circa mille le persone colpite, mentre in Europa la stima sale a 30.000 e a livello globale a 500.000. La malattia non conosce barriere di etnia o sesso e, oltre a provocare bolle e vesciche, può portare a infezioni, perdita di liquidi, squilibri ematici e, nei casi più gravi, a tumori cutanei.

Le tre forme principali dell’epidermolisi bollosa

La classificazione internazionale distingue tre varianti dominantemente osservate: simplexdistrofica e giunzionale. Ognuna presenta caratteristiche cliniche specifiche e incidono in modo diverso sulla qualità di vita.

Epidermolisi bollosa simplex

Rappresenta più del 50% dei casi ed è la forma più lieve. Le lesioni si localizzano prevalentemente su mani e piedi, comportando difficoltà nei movimenti fini ma raramente evolvendo verso complicazioni sistemiche.

Epidermolisi bollosa distrofica

Questa variante colpisce l’intero corpo: le bolle ricorrenti generano cicatrici profonde che, col tempo, possono provocare la chiusura delle dita e limitare la mobilità. Inoltre, sono stati osservati problemi renali e un aumentato rischio di carcinoma spinocellulare della pelle.

Epidermolisi bollosa giunzionale

Rarissima, costituisce circa l’1% dei casi. È legata a mutazioni di proteine chiave come la laminina-332 (ex laminina 5) o il collagene XVII responsabili dell’adesione tra epidermide e derma. Nelle forme più gravi, la mortalità può verificarsi nelle prime settimane di vita a causa di lesioni mucose estese.

Diagnosi: dal prelievo cutaneo ai test genetici

La conferma diagnostica avviene mediante biopsia cutanea analizzata con immunofluorescenza, pratica riservata a centri specializzati. Negli ultimi anni, il sequenziamento del DNA ha permesso di individuare la mutazione specifica, fornendo informazioni cruciali per la consulenza genetica.

I genitori che hanno un rischio elevato possono accedere a diagnosi prenatali già tra la ottava e la decima settimana di gestazione tramite villocentesi o diagnosi genetica pre-impianto, per verificare la trasmissione della patologia.

Nuove frontiere terapeutiche: dal trapianto di pelle alla terapia genica topica

Per decenni il trattamento si è limitato a medicazioni quotidiane, antibiotici e interventi chirurgici di ricostruzione. Un punto di svolta storico è stato raggiunto nel 2006 quando il Prof. Michele De Luca dell’Università di Modena e Reggio Emilia ha effettuato il primo trapianto di pelle geneticamente corretta in un paziente con forma giunzionale. L’esperimento ha dimostrato la fattibilità di una terapia cellulare mirata.

Negli ultimi anni sono state introdotte terapie geniche topiche basate su vettori virali dell’herpes simplex modificati per trasportare il gene del collagene di tipo VII. Il gel contenente il vettore, commercializzato come Beremagene Geperpavec (B-VEC) ha mostrato risultati promettenti nella chiusura stabile delle ferite nei pazienti affetti da forma distrofica.

Parallelamente, la ricerca su cellule staminali epidermiche e sull’editing CRISPR sta aprendo la strada a trattamenti che agiscono sulla causa molecolare della malattia, spostando l’obiettivo da una gestione palliativa a una potenziale correzione permanente.

Per approfondire gli sviluppi clinici, è possibile consultare lo studio pubblicato su Nature Medicine sul trapianto di pelle modificata e il trial del New England Journal of Medicine sulla terapia genica topica per l’EB distrofica, oltre alle linee guida dell’Osservatorio Malattie rare dell’Istituto Superiore di Sanità.

Scritto da Roberto Capelli

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