Il contributo femminile alla medicina: dal sapere domestico alla scienza

Un nuovo saggio rilegge il contributo collettivo delle donne alla cura e indica le trasformazioni ancora necessarie nella professione medica

Negli ultimi decenni si è assistito a una forte trasformazione della professione medica, con le donne che ormai rappresentano una quota significativa dei medici in Italia e in Europa. Dietro questa trasformazione c’è una storia molto più lunga: sin dal Medioevo e oltre, molte pratiche terapeutiche e di cura sono state sviluppate da donne che operavano fuori dalle aule accademiche. Il libro Medicina femminile plurale di Daniela Minerva mette a fuoco questo percorso e ricuce il filo tra pratiche quotidiane e scienza istituzionale, offrendo una prospettiva che unisce passato e presente.

La ricerca proposta nel volume non si limita a celebrare figure isolate, ma evidenzia un fenomeno collettivo: donne che hanno curato famiglie e comunità, sperimentando rimedi, osservando i corpi e tramandando saperi. Queste pratiche, spesso archiviate come empiria, hanno contribuito in modo sostanziale alla conoscenza medica. L’autrice restituisce voce a chi, pur lontano dalle cattedre, ha costruito conoscenze fondamentali, sottolineando come la storia della medicina sia stata a lungo narrata secondo prospettive maschili e istituzionali.

Il libro e la prospettiva storica

La pubblicazione edita da Bollati Boringhieri collega fonti storiche e riflessioni contemporanee per interrogare la cosiddetta questione femminista in ambito sanitario. Minerva ricostruisce come il sapere femminile sia stato spesso sommerso da una narrazione dominante, ma anche come abbia generato pratiche terapeutiche che hanno anticipato scoperte ufficiali. La presentazione del volume a Roma, in occasione della Giornata nazionale della salute della donna, ha rappresentato un momento di confronto pubblico tra ricerca storica e politiche sanitarie.

Un sapere costruito nelle case, nei conventi e nelle spezierie

Per secoli la cura è passata attraverso le mani di levatrici, erboriste, farmacologhe e figure religiose che operavano in contesti informali. Questo tessuto di pratiche domestiche e comunitarie è la trama di una scienza non sempre riconosciuta ufficialmente. L’autrice ricorda come solo ciò che veniva trascritto e istituzionalizzato venisse ammesso nel canone medico, mentre il resto restava confinato a folklorismi. Nel racconto emerge chiaramente il ruolo del saper fare femminile, inteso come insieme di osservazione clinica, sperimentazione e trasmissione orale.

Figure che anticipano i tempi

Nel mosaico delle protagoniste affiorano nomi che hanno segnato tappe importanti: da Trota di Salerno, spesso citata come una delle prime esperte in ambito ostetrico, a Hildegard von Bingen, monaca e naturalista medievale con una notevole capacità di osservazione clinica. Nel Settecento, a Londra, la farmacologa Joanna Stephens mise a punto una terapia efficace per i calcoli renali, scoperte che rischiarono di essere usurpate dal mondo medico maschile. Anche figure moderne come Rosalind Franklin e Katalin Karikó testimoniano come contributi decisivi siano spesso frutto di ricerche femminili riconosciute solo a posteriori.

Dal riconoscimento storico alle sfide odierne

Il percorso verso il riconoscimento istituzionale è stato lento: è solo nel Novecento che le donne accedono con regolarità alle facoltà di medicina e ai laboratori di ricerca. Tuttavia, secoli di esclusione non si cancellano rapidamente e permangono barriere strutturali. La discussione sollevata dal libro invita a leggere la trasformazione attuale non come un punto di arrivo, ma come una tappa di un processo che richiede interventi mirati nelle politiche del lavoro, nella formazione e nell’organizzazione degli ospedali.

Politica, organizzazione del lavoro e medicina di genere

Durante la presentazione sono intervenute figure istituzionali che hanno richiamato l’attenzione su questioni pratiche: la necessità di ridurre il gender gap ai vertici, di promuovere la medicina personalizzata e di creare condizioni professionali che consentano alle donne medico di conciliare carriera e vita privata. È stata ribadita l’importanza di intendere la medicina di genere non come un settore dedicato alle donne, ma come una prospettiva trasversale che migliora l’appropriatezza delle cure per tutte le persone.

Rileggere la storia della medicina alla luce di queste evidenze significa valorizzare pratiche spesso invisibili e costruire una narrazione più inclusiva. Il libro di Daniela Minerva rappresenta quindi un invito alla riflessione: riconoscere le radici collettive del sapere medico può aiutare a progettare politiche sanitarie più eque e a rispondere alle sfide contemporanee con maggiore consapevolezza.

Scritto da Gianluca Esposito

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