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I bambini socievoli hanno successo da grandi

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I bambini socievoli riescono meglio nel mondo dei grandi, perché sono capaci di creare relazioni produttive con gli altri e di coltivarle.

I bambini più socievoli tendono a guadagnare più degli altri da adulti. Questa è la conclusione a cui è arrivato uno studio condotto da Sylvana Côté, della Université de Montreal, in Canada.

La ricerca è cominciata individuando 920 maschietti, di età compresa tra i 5 e i 6 anni, e osservandone la crescita. Gli elementi particolarmente interessanti in questa fase della vita sono tutti relativi al carattere che il bambino mostra nei confronti della società. In altre parole, capacità di concentrazione, aggressività e socialità.

Essere prosociali

Il risultato? 30 anni dopo quei bambini sono ormai diventati uomini. Ma chi tra loro ha avuto una vita sociale migliore in passato, oggi guadagna di più. Circa 29 mila dollari all’anno. Al contrario, gli ex bambini che hanno avuto più difficoltà, soprattutto nel coltivare l‘attenzione verso gli altri e verso le sfide, hanno un reddito più basso (1300 dollari al mese in meno).

I piccoli che hanno avuto successo sono gli stessi che si comportano in modo “prosociale”.

Durante l’infanzia, la prosocialità si manifesta come cooperazione: ad esempio, quando un bambino accetta di condividere i giochi o aiutare nei lavoretti di casa. In generale, è prosociale una persona socialmente competente. Capace cioè di agire nell’ambiente che lo circonda in modo da essere accettata dagli altri e realizzare positivamente i propri obiettivi. Quello che comunemente si dice “essere socievoli”.

La prosocialità si sviluppa fin da bambini, e viene via via affinata nel corso della vita. Come abilità, ci permette di generare e ottenere solidarietà, di sviluppare rapporti interpersonali. Ma sempre in modo positivo, sia per gli altri (che aiutiamo e sosteniamo) sia per noi stessi (costruiamo la nostra identità).

Incoraggiare le amicizie

Una situazione in cui ci si può comportare in modo prosociale coinvolge sempre numerosi elementi.

  • C’è un emittente, cioè la persona che dà inizio all’azione prosociale. A spingerla è sempre un desiderio positivo: lo fa perché vuole migliorare la situazione del suo interlocutore, facendolo sentire bene o diminuendo il suo malessere.
  • Dall’altra parte c’è un ricevente, ovvero il destinatario a cui si rivolge l’emittente.
  • L’azione è la chimica che si crea tra i due: un gesto di conforto, un momento di condivisione, un’offerta di aiuto.

    Può essere tante cose, ma ha una caratteristica costante: la reciprocità. Entrambe le persone coinvolte, infatti, ne traggono beneficio. Anche se a cominciare è stata solo una delle due.

  • L’ambiente e la situazione sono le condizioni, le circostanze in cui avviene l’azione. E possono influenzarla. Un posto silenzioso, in cui il ricevente si sente al sicuro, permette all’emittente di aiutarlo con risultati migliori. Uno stato d’animo ansioso o depresso, invece, rende più difficile instaurare fin da subito una collaborazione reciproca.

Nei primi anni di vita non ci comportiamo in modo prosociale spontaneamente. Il nostro istinto infatti ci dice di soddisfare prima noi stessi, e nell’immediato (il famoso egoismo dei bambini che vogliono tutto per sé). Veniamo semmai educati dai genitori e dall’esempio dei più grandi. E col tempo impariamo che non si tratta solo di rispettare delle regole sociali, ma di costruire dei rapporti umani da cui anche noi traiamo dei benefici.

Come possiamo facilitare questo processo? Mostrando gradualmente al bambino che non deve essere socievole con gli altri solo per timore di una punizione o perché gli è richiesto. Incoraggiandolo a instaurare amicizie stabili, e a dare il suo contributo.

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