Disabili dimenticati o da dimenticare? La morale della favola di Pistorius

Il nostro è un paese che riesce ad andare contemporaneamente a due velocità e in opposte direzioni: da un lato pronto a facili entusiasmi e grandi slanci emotivi per Pistorius, un ragazzo che nella sfortuna ha potuto comunque trovare e seguire la strada che credeva più giusta per sé, dall'altro sempre troppo lento a capire quali sono le difficoltà e le necessità primarie di chi quella strada non riesce ancora immaginarla.

L'ennesima protesta – gentile, pacata o forse solo rassegnata – viene da Luigi Genovese, padre di una bimba di sette anni lasciata come altri sei disabili di San Giorgio Jonico senza ippoterapia.
"Così. All'improvviso. – spiega Genovese nella lettera inviata a Candido Cannavò, della Gazzetta dello Sport – tra piani di zona, regioni e scusanti varie, sette disabili non possono più usufruire del servizio perché i fondi sono virtuali e perché la regione tarda a erogarli al Comune.

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"Forse se ne riparlerà a ottobre" – dice con quel filo di speranza di padre che è sempre l'ultimo a morire. Poi però è lo sconforto a prendere il sopravvento e si chiede: "ma in fondo a chi importa di sette disabili?".

Già, a chi può importare di sette disabili se non importa nemmeno al sindaco di San Giorgio Jonico che è pure medico?
La lettera di Luigi Genovese si intitola "Disabili dimenticati".
Mi sconforta pensare che questo padre parli come chi ne ha vissute di tutti i colori dopo "soli" sette anni di battaglie per cercare di dare il meglio a sua figlia.

È quello che vogliono tutti i genitori del mondo, ma per qualcuno è un'utopia riuscire a garantire anche solo l'indispensabile, figuriamoci il meglio! E dico "soli sette anni" perché la strada dei disabili è l'unica al mondo sempre in salita. Cambia l'età, cambiano le esigenze, ma le difficoltà … quelle no, non cambiano mai: burocrazia, barriere architettoniche, scarsa sensibilità, pregiudizio, …
E potrei continuare ancora per molto, ma tanto le conosciamo bene, sono sempre quelle e non cambiano mai, perché noi non cambiamo mai.

Le lettere disperate e disperanti come quella di Luigi oggi hanno tutti lo stesso tenore e citano tutte Pistorius. Sembrano addirittura in aumento. Non è, come qualcuno malignamente potrebbe pensare, che i disabili odino o invidino Pistorius perché ha realizzato i suoi sogni contro tutto e tutti.
No! Io credo che queste lettere disperate e disperanti ci stiano chiedendo una sola cosa: perché della favola di Pistorius riusciamo a vedere solo il lieto fine, ma non la morale che ci sta dietro?

E allora proviamo a chiedercelo a chiare lettere: perché non sappiamo leggere l'insegnamento che questo ragazzo stupendo ci sta dando? È perché non ne abbiamo le capacità o perché non vogliamo? Saperlo è importante, perché la soluzione sarebbe assai diversa.

Ma il problema è che più probabilmente sono vere tutte e due.
L'insensibilità di fondo di questa società ci impedisce di prestare attenzione all'altro, qualsiasi altro. Quello che conta siamo noi e i nostri desideri che devono avere la priorità su tutto e tutti. Non importa quante vite si dovranno calpestare nel tentativo di realizzarli realizzandoci Quel che conta è raggiungere l'obiettivo: la magnificazione dell'Io.
D'altra parte non possiamo negare che vedere solo la bella favola di Pistorius ci fa comodo. Pensiamo: "Pistorius è disabile, Pistorius ce l'ha fatta comunque, quindi tutti i disabili ce la fanno comunque".

Non è così! A fronte di un Pistorius che ce la fa, ce ne sono migliaia di altri che non riescono nemmeno ad avere l'ippoterapia. E notate la parola "terapia" in questo termine composto, perché "la terapia coi cavalli" è una necessità che fa parte di un piano terapeutico riabilitativo. Non un gioco o un passatempo per bambini sfortunati a cui piacciono i cavalli.

Forse il problema di Luigi e i sette disabili si risolverà, magari se a ottobre, quando riprenderà, se ne farà carico "Striscia la notizia". Non perché loro siano più bravi o portino i soldi reali da sostituire ai virtuali, ma perché per il desiderio di magnificenza dell'Io di cui parlavo prima, a nessuno piace essere esposto al pubblico ludibrio attraverso la televisione e perciò quando arrivano quelli di "Striscia" gli ingranaggi incancreniti della burocrazia magicamente cominciano a muoversi e i soldi da virtuali ritornano ad essere reali.
"E che caso!" direbbe Greggio. Il problema che per risolvere le migliaia di inghippi chi limitano l'esistenza a malati o disabili bisognerebbe che tutti i palinsesti di tutte le reti d'Italia si riempissero di trasmissioni denuncia di situazioni d'emergenza.

"Emergenza" è anche il termine intorno a cui ruota la risposta di Candido Cannavò a Luigi. "Nonostante i progressi degli ultimi anni, – scrive infatti Cannavò – la disabilità viene vista come un'emergenza che compare e scompare."
"Lontano dagli occhi, lontano dal cuore" si dice. In questo caso però gli occhi sono anche quelli della mente. E infatti, non vedere o sforzarsi di non vedere la disabilità e un modo per sentirci in pace con noi stessi: se non c'è problema non c'è nulla da fare per risolverlo. Facile no?

Salvo poi quando le cose sfuggono al nostro controllo e allora il disabile irrompe nel nostro "campo visivo". L'emergenza appunto.
Anche Pistorius in fondo è un'emergenza: voleva partecipare ai giochi ma la Legge dello sport glielo impediva. Ma Pistorius è anche una novità, un diverso tra i "diversi". E sì, perché per la Legge doveva essere escluso non già perché penalizzato dal suo handicap ma perché "avvantaggiato". Aveva un di più e non una mancanza come nella nostra logica di "normodotati" avrebbe dovuto essere.

Prendiamo il caso dell'altra sudafricana, Natalie Du Toit. Lei è già sicura di partecipare sia alle olimpiadi che alle paraolimpiadi, ma la sua storia non riesce ad appassionarci. Ritengo che se non ci fosse la coincidenza col "caso Pistorius" probabilmente di lei avremmo sentito parlare pochissimo, molto meno di quanto in realtà è successo. Perché Natalie "non ha niente in eccesso": ha la mancanza che le permette di fare comunque quello che fanno gli altri. A me questo già sembra straordinario, ma molti vedono in lei la conferma che i disabili se la cavano bene comunque, anche e soprattutto senza la nostra attenzione o il nostro intervento. Oscar invece "ha superato il normale", è un "di più".

Volete sapere che cosa penso? Credo che il desiderio di tanti di vederlo partecipare ai giochi dei normodotati sia un modo per "riportarlo sulla terra" o se preferite "alla nostra altezza". Perché se il TAS lo fa partecipare, vuol dire che "non ha nulla più di noi", è almeno uguale a noi, e se poi non riuscisse comunque ad ottenere il minimo necessario (una delle sue ultime possibilità l'avrà stasera alla Notturna di Milano), sarà ancora meglio perché allora non avrà nulla di cui preoccuparci e scomparirà di nuovo.

Recentemente ho letto che "oggi avere un amputato in trasmissione o in copertina va di moda". In realtà è avere Pistorius che è "di moda", perché di tutti gli altri atleti paraolimpici si continua a parlare poco o non parlare affatto. Lo dimostra proprio la Notturna di Milano. Si è parlato della presenza di Pistorius, un po' degli altri campioni normodotati e nulla degli atleti del salto in lungo che parteciperanno per la categoria amputati. Perfino il sito ufficiale del meeting nomina la gara dei disabili nel programma della serata, ma non cita nessuno almeno dei dei nostri 4 atleti. I nomi ve li ho fatti io perché me li ha riferiti direttamente il CIP-Lombardia, ma tra tutti i quotidiani che ho letto non è mai stata nominata nemmeno la gara!

Mi rattrista pensare che Oscar Pistorius "sia di moda". A livello mediatico "una gallina dalle uova d'oro". Perché le cose di moda le bruciamo presto e io quando lo guardo vedo un ragazzo straordinario come straordinari sono i nostri atleti che non meritano di "passare di moda" come fossero oggetti di mercato. Arrivare alle olimpiadi non è mica da tutti, che si chiamino olimpiadi o paraolimpiadi. Per esempio lo sapete che due dei 4 atleti Stefano Lippi, Roberto La Barbera, Daniele Bonacini ed Eros Maraio, che parteciperanno stasera, Daniele Bonacini e Roberto La Barbera sono ingegneri e che tra un allenamento e l'altro studiano e progettano protesi che possano aiutare i disabili come loro ad avere una vita normale? Daniele ha addirittura brevettato protesi low cost (a basso costo) che si possano permettere nei paesi più poveri come le zone di guerra dove ogni anno migliaia di persone, spesso bambini, devono essere amputate di uno o più arti a causa delle mine anti-uomo.

Cercherò di raccontarvi le storie straordinarie almeno dei nostri atleti, ma ora per ragioni di spazio me fermo qui.

E poi non voglio distrarvi dal messaggio lanciato dalla lettera di Luigi e da tutti quelli come lui che si rivolgono ai giornali per dire "va bene Pistorius, ma non dimenticatevi di noi".

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