P-tau217: il biomarcatore che rivoluziona la diagnosi precoce dell’Alzheimer

Un nuovo studio pubblicato su JAMA dimostra che il biomarcatore p-tau217 può prevedere il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer fino a dieci anni prima dell'insorgenza dei sintomi.

La diagnosi precoce della malattia di Alzheimer rappresenta una delle sfide più importanti della neurologia moderna. Un recente studio internazionale, pubblicato su JAMA e coordinato dal Mass General Brigham Neuroscience Institute ha fatto un passo da gigante in questa direzione. La ricerca si concentra su un biomarcatore ematico, la p-tau217 che potrebbe rivoluzionare l’approccio alla diagnosi precoce di questa malattia neurodegenerativa.

Il biomarcatore p-tau217 e il suo ruolo nella diagnosi

La p-tau217 una forma fosforilata della proteina tau, è stata identificata come un indicatore chiave dei processi neurodegenerativi tipici dell’Alzheimer. Lo studio ha analizzato i dati di 2.684 adulti anziani cognitivamente sani, provenienti da sei diverse coorti cliniche in Nord AmericaGiappone e Australia monitorati dal 2004 al 2026.

I risultati sono sorprendenti: i soggetti con livelli molto alti di p-tau217 nel sangue presentavano un rischio assoluto del 38% di sviluppare un deterioramento cognitivo nei successivi cinque anni, e del 78% entro dieci anni. Rachel F. Buckley neuroscienziata cognitiva e co-autrice dello studio, ha commentato: Lo studio rappresenta un passo avanti fondamentale per comprendere meglio cosa può dirci la p-tau217 sul rischio di deterioramento cognitivo.

Dalla diagnostica per immagini al test del sangue

Tradizionalmente, la stima del rischio di malattie neurodegenerative si basa sulla tomografia a emissione di positroni (Pet) un esame accurato ma costoso e poco accessibile. Il test del sangue per la p-tau217, invece, offre un’alternativa più scalabile e accessibile. Inoltre, il test ematico riesce a prevedere il rischio di declino cognitivo in modo indipendente rispetto alla presenza di beta-amiloide visibile alla Pet e a varianti genetiche note, come il gene Apoe4.

Questo indica che il test ematico riconduce a un marcatore specifico della malattia in modo autonomo, misurando direttamente la risposta delle sinapsi al processo degenerativo. La p-tau217 potrebbe quindi diventare uno strumento fondamentale per la diagnosi precoce dell’Alzheimer.

Limiti metodologici e prospettive future

Nonostante i risultati promettenti, lo studio presenta alcuni limiti metodologici. Anzitutto, il campione esaminato mancava di un’adeguata diversità razziale e socioeconomica, essendo composto per la stragrande maggioranza da soggetti bianchi. Inoltre, le proiezioni a dieci anni si basano su un sottoinsieme molto ristretto di partecipanti, il 5% circa del campione totale, che è stato effettivamente monitorato per dieci anni.

Nonostante queste limitazioni, il test del sangue per la p-tau217 ha recentemente ricevuto l’autorizzazione federale negli Stati Uniti. Tuttavia, le attuali linee guida mediche sconsigliano ancora l’uso di questo esame su individui cognitivamente sani al di fuori degli ambiti di ricerca. Reisa Sperling un’altra degli autori del lavoro, ha commentato: Al momento, non disponiamo ancora di trattamenti in grado di modificare il decorso della malattia per persone che scoprono di essere ad alto rischio di sviluppare un deterioramento cognitivo dovuto all’Alzheimer.

Le prospettive cambiano, tuttavia, se si guarda alla sperimentazione farmacologica. Man mano che gli studi su terapie in grado di modificare la malattia procedono, le stime individualizzate, compreso il valore prognostico del biomarcatore, potrebbero guidare decisioni di trattamento e monitoraggio più precoci. L’obiettivo a lungo termine è arrivare al punto in cui si trova il test del colesterolo nella previsione del rischio di infarto.

Scritto da Camilla Pellegrini

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