Immagina di avere un prodotto che non si consuma mai, resiste a qualsiasi condizione e mantiene le sue proprietà per anni. Potrebbe sembrare un sogno per l’industria, ma quando si tratta di PFAS questi composti chimici ‘per sempre’, la realtà è più complessa.
Oggi, l’Unione europea sta valutando una restrizione generale del loro utilizzo entro il 2027, con il Regolamento REACH e l’attenzione su questi composti è in costante crescita. Ma cosa sono esattamente i PFAS e perché stanno diventando un problema?
L’identikit dei PFAS: composti chimici ‘miracolosi’ e persistenti
I PFAS o sostanze per- e polifluoroalchiliche, sono composti sintetici sviluppati nel secondo dopoguerra. Lucia Leonessi, fondatore e direttore generale di Cisambiente Confindustria spiega che esistono oltre 11 mila composti di questo tipo, creati per migliorare le prestazioni di numerosi prodotti.
La loro caratteristica principale è il legame chimico tra carbonio e fluoro, uno dei più stabili in natura. Questo li rende resistenti all’acqua, ai grassi e al calore, mantenendo le loro proprietà anche dopo anni di utilizzo. È questa eccezionale durevolezza che li ha resi così popolari in settori come l’abbigliamento tecnico, la cucina e l’industria.
Dove si trovano i PFAS nella vita quotidiana?
I PFAS sono presenti in una vasta gamma di prodotti che utilizziamo ogni giorno. Li troviamo nelle padelle antiaderenti nelle giacche impermeabili nei cosmetici a lunga tenuta nelle schiume antincendio e negli imballaggi alimentari. Ma anche in oggetti meno ovvi come tende da campeggio, tappeti trattati, attrezzature sportive, batterie delle auto e alcuni dispositivi medici.
La loro presenza è così diffusa che è quasi impossibile evitarli completamente. Tuttavia, la stessa stabilità che li rende utili è anche ciò che preoccupa maggiormente gli esperti.
PFAS e ambiente: un legame indissolubile
La resistenza dei PFAS li rende estremamente persistenti nell’ambiente. Una volta rilasciati, possono restare nel suolo e nelle acque per periodi lunghissimi senza degradarsi naturalmente. Non vengono scomposti dalla luce solare, dai batteri o da reazioni chimiche naturali.
Queste molecole piccolissime e inerti passano inosservate attraverso i depuratori, infiltrandosi nei fiumi, nelle falde acquifere e raggiungendo luoghi lontani da dove sono stati prodotti o utilizzati. Lungo il percorso, entrano nell’acqua potabile, negli alimenti e negli organismi viventi, fino ad arrivare nel nostro corpo.
Effetti sulla salute: cosa sappiamo?
Gli effetti sulla salute dei PFAS non sono ancora completamente chiariti, ma ci sono sospetti che possano interferire con il sistema endocrino che regola funzioni vitali come metabolismo, crescita, fertilità e risposta allo stress. Questo sistema lavora con segnali chimici minuscoli e molto precisi, che possono essere disturbati da sostanze capaci di imitare o alterare l’azione degli ormoni naturali.
Uno studio condotto dall’Università di Pisa ha dimostrato che i PFAS possono provocare ipotiroidismo e pregiudicare lo sviluppo delle cellule cerebrali, interferendo sia con la captazione dello ioduro da parte della tiroide sia con l’ingresso dell’ormone tiroideo nei neuroni e nelle cellule gliali del cervello.
PFAS e acqua potabile: nuove normative per una maggiore sicurezza
Dal 13 luglio 2026, nuove regolamentazioni controllano l’intero ciclo dell’acqua, dalla sorgente alla tavola. Il tecnologo alimentare Giorgio Donegani spiega che l’obiettivo è prevenire eventuali rischi, controllando non solo l’esito finale ma tutto il processo.
Le nuove norme prevedono controlli più rigorosi, anche in seguito a eventi atmosferici come forti temporali che potrebbero inquinare le aree di captazione. Grande attenzione è stata data ai PFAS, chiamati ‘inquinanti eterni’, con l’obbligo di controllo della loro presenza nell’acqua potabile.
Tuttavia, Donegani evidenzia che nel decreto legislativo non si parla di nano e microplastiche, che destano sempre più preoccupazioni negli esperti. Al momento, non esistono ancora parametri normativi condivisi né limiti di legge per la loro presenza nell’acqua potabile.
Cosa possiamo fare come consumatori?
Anche se eliminare completamente i PFAS dalla nostra vita quotidiana è irrealistico, possiamo fare scelte più consapevoli. Lucia Leonessi suggerisce di scegliere padelle in ceramica o acciaio, leggere con attenzione le etichette dei cosmetici e limitare l’uso della carta da forno usa e getta.
Quando si acquista una giacca impermeabile o un capo antimacchia, è importante chiedersi come sia stato trattato e, quando possibile, orientarsi verso materiali più naturali come lana, seta o cotone. Ridurre i mix di fibre sintetiche significa diminuire la probabilità di portare a casa prodotti che contengono PFAS.
Informarsi è la migliore strategia per il consumatore. Non si tratta di rinunciare a tutto, ma di essere accurati nel reperire informazioni che ci permettano di selezionare prodotti che riducano l’esposizione a questi composti.
La loro resistenza e diffusione li rendono difficili da evitare, ma con maggiore consapevolezza e scelte informate, possiamo contribuire a ridurre l’impatto di questi composti ‘per sempre’ sulla nostra salute e sull’ambiente.


