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La bozza di decreto presentata dal ministro della Salute disegna un sistema territoriale in cui il medico di famiglia diventa una componente strutturale delle Case della Comunità, con la possibilità, su base volontaria, di assumere uno status di dipendenza pubblica. L’intento dichiarato è rafforzare la continuità delle cure e la presa in carico dei pazienti fragili, trasferendo parte dell’assistenza dall’ospedale al territorio. Il modello proposto non abolisce la convenzione ma introduce una soluzione mista, pensata per evolvere progressivamente l’organizzazione della medicina generale.
La bozza prevede anche cambi nel sistema di remunerazione e nella valutazione dell’attività medica: meno peso al numero di assistiti, più attenzione agli esiti e al coinvolgimento nelle reti territoriali. Sono confermati target e tappe operative con l’obiettivo di completare la copertura delle strutture programmate realizzate con fondi Pnrr; al 31 dicembre 2026 risultavano attive 781 Case con almeno un servizio e l’orizzonte dichiarato per la piena operatività è il 30 giugno 2026. Il percorso normativo potrebbe vedere un decreto entro maggio, dopo il confronto con le Regioni.
Cosa prevede la bozza
Nel testo si punta a far convivere diversi strumenti organizzativi: le Case della Comunità dovrebbero ospitare équipe multidisciplinari composte da pediatri, infermieri, specialisti ambulatoriali, psicologi e assistenti sociali, oltre ai medici di medicina generale. Il modello enfatizza la gestione integrata del paziente cronico e la disponibilità di servizi digitali per telemonitoraggio e condivisione dei dati, con l’obiettivo di ridurre visite superflue e accessi inappropriati ai pronto soccorso. La bozza prevede standard minimi e procedure di verifica della qualità della presa in carico.
Nuovi obblighi e integrazione
Sebbene la convenzione resti in vigore, il decreto richiede una presenza programmata nelle sedi territoriali, l’uso di sistemi informatici interoperabili e la partecipazione a percorsi di coordinamento. Si introduce la possibilità per le aziende sanitarie di assumere medici già specializzati su base volontaria per funzioni più strutturate, prevedendo una fase transitoria e una progressiva estensione del modello misto. L’idea è alleggerire gli ospedali e offrire percorsi assistenziali più continui per pazienti complessi.
Remunerazione e criteri di valutazione
Uno degli snodi più discussi riguarda la remunerazione: dal tradizionale sistema basato sul numero di assistiti si prospetta uno spostamento verso meccanismi che premiano la partecipazione alla rete territoriale e la presa in carico di pazienti cronici e fragili. Il decreto indica l’adozione di parametri legati a obiettivi di salute misurabili, con verifiche periodiche. Questo cambiamento mira a riconoscere il valore della continuità assistenziale ma solleva interrogativi pratici su come definire indicatori equi e sostenibili sul piano finanziario.
Reazioni e critiche
La bozza ha suscitato una forte reazione della FIMMG, che parla di provvedimento elaborato senza confronto e potenzialmente dannoso per il rapporto fiduciario tra medico e paziente, definendolo in alcune comunicazioni «inattuabile e pericoloso». Anche la federazione CIMO-FESMED ha espresso perplessità, temendo che l’introduzione della dipendenza possa innescare una competizione contrattuale tra medici ospedalieri e territoriali e frammentare risorse già limitate. Tra le accuse più ricorrenti c’è il rischio di trasformare il rapporto personale in un servizio più impersonale, simile a un «sportello».
Il timore per i giovani e le aree fragili
I sindacati sottolineano inoltre il possibile impatto sui giovani medici: l’accesso al canale dipendente condizionato alla specializzazione potrebbe penalizzare chi oggi esercita senza titolo specialistico, incentivando l’abbandono della medicina generale nelle zone già scoperte. Dati della Fondazione Gimbe rilevano una carenza di oltre 5.700 medici di medicina generale e una riduzione di 5.197 unità tra il 2019 e il 2026, con una media attuale di 1.383 assistiti per medico, oltre il livello ottimale. Queste criticità alimentano il timore di un aggravamento delle disuguaglianze territoriali.
Verso l’attuazione: tempi e incognite
Il testo è in fase di confronto con le Regioni, che devono definire l’organizzazione locale, i fabbisogni e i presidi da rafforzare. È prevista una fase di progettazione rapida seguita da circa sei mesi per le prime applicazioni e per il monitoraggio dei risultati. Il successo dipenderà dalla capacità di reperire personale, integrare strumenti digitali e mantenere un dialogo con le rappresentanze professionali. La richiesta di sospensione dell’iter avanzata dalla FIMMG alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni sottolinea l’urgenza di un confronto che eviti errori operativi.
La posta in gioco è alta: rendere operative le Case della Comunità e valorizzare la medicina territoriale può migliorare l’accesso alle cure per i più fragili, ma il passaggio richiede equilibri politici, risorse e garanzie per il rapporto di cura. Il confronto istituzionale nei prossimi giorni sarà decisivo per chiarire tempi, criteri e tutele, evitando che la trasformazione si traduca in una perdita di fiducia per pazienti e professionisti.



