In un’epoca in cui la tecnologia permea ogni aspetto della nostra vita, il confine tra realtà e virtuale si è fatto sempre più sottile. La nostra identità, un tempo definita principalmente dalle interazioni faccia a faccia, oggi passa anche attraverso gli schermi: selfie, videochiamate, storie, filtri e avatar. Come osserva il filosofo Luciano Floridi viviamo in una dimensione on life dove il digitale e il reale si integrano in modo inseparabile.
Questo fenomeno, evidente tra gli adolescenti, riguarda sempre più anche gli adulti, in particolare quelli tra i 40 e i 60 anni. Il confronto costante con immagini perfette, corpi levigati e vite apparentemente impeccabili sui social media può mettere a dura prova l’autostima, indipendentemente dall’età.
L’ansia di sentirsi inadeguati
Un tempo, il confronto con modelli irraggiungibili era limitato a attrici e modelle. Oggi, basta aprire Instagram o Facebook per imbattersi in donne che sembrano sempre in ordine, energiche e toniche. Madri multitasking, professioniste impeccabili, cinquantenni senza rughe: queste immagini creano un’aspettativa irrealistica che può generare un senso di inadeguatezza persistente.
Come spiega la dottoressa Chiara Faroni psicologa specializzanda in psicoterapia, «quello che avviene negli adulti è spesso un continuo confrontarsi tra ciò che siamo e ciò che sentiamo di dover essere». Questo confronto può portare a un senso di distanza tra il sé reale e il sé percepito, alimentando l’idea di dover sempre essere all’altezza delle aspettative, sia fisicamente che socialmente.
Rughe, ritocchi e standard irraggiungibili
Negli ultimi anni, gli interventi estetici sono aumentati, complici filtri sempre più sofisticati e immagini create dall’intelligenza artificiale che propongono volti e corpi praticamente impossibili da raggiungere nella realtà. «Il problema» sottolinea la dottoressa Faroni, «è che quei modelli non sono veri per nessuno. Nemmeno per chi li mostra».
L’esposizione costante a questi standard irrealistici altera la percezione della realtà. Rughe, cellulite, stanchezza e cambiamenti del corpo legati all’età vengono vissuti come difetti da correggere, invece che come elementi naturali della vita. «Non tutti i corpi sono predisposti geneticamente agli stessi standard estetici», continua l’esperta. «Eppure i social tendono a proporre un unico modello valido, spesso irrealistico».
Dismorfia da filtro: quando non ci si riconosce più
La filter dysmorphia o dismorfia da filtro, è una condizione sempre più diffusa, soprattutto dopo l’esplosione di social, selfie e app di editing. Succede quando una persona si abitua così tanto alla propria immagine filtrata da percepire il volto reale come ‘sbagliato’. Pelle perfetta, naso più sottile, occhi più grandi: i filtri modificano il viso in modo quasi impercettibile, ma continuo, facendo sì che il cervello consideri quella versione artificiale come normale.
Quando il wellness diventa una fissazione
Allenarsi, mangiare bene, prendersi cura di sé: tutto positivo. Ma il confine tra benessere e ossessione può diventare sottile. Negli ultimi anni si è passati dall’ideale della magrezza a quello del corpo ‘fit’, tonico e performante. «La palestra e l’alimentazione sana sono risorse preziose», spiega la dottoressa Faroni. «Ma restano tali solo quando esiste equilibrio».
Altrimenti, spinte verso modelli estremi e irraggiungibili, anche pratiche sane rischiano di trasformarsi in fonte di ansia. Sentirsi in colpa se non ci si allena, vivere male il proprio aspetto, rincorrere routine impossibili da sostenere nella vita reale: questi sono solo alcuni dei rischi legati a un approccio ossessivo al wellness.
Il looksmaxxing: la rincorsa alla perfezione
Il termine looksmaxxing arriva dai social, soprattutto TikTok e significa letteralmente ‘massimizzare il proprio aspetto fisico’. Questo fenomeno comprende tutto ciò che promette di migliorare il corpo e il viso: skincare maniacale, palestra intensiva, dieta rigidissima, cura ossessiva di capelli, postura, denti e stile. Il problema nasce quando il miglioramento personale si trasforma in una rincorsa infinita alla perfezione.
Il pensiero critico come alleato
La soluzione, però, non è scollegarsi da tutto. «Internet e i social non sono il problema in sé», precisa la dottoressa Faroni. «Anzi, possono essere strumenti molto utili: permettono di connettersi, trovare ispirazione, sentirsi meno soli, scoprire nuove idee e nuovi modi di vivere il corpo».
Il punto è sviluppare un pensiero critico. «Chiedersi: quello che sto guardando mi fa stare bene oppure no? Mi ispira o mi fa sentire inadeguata?», invita a riflettere la dottoressa Faroni. Secondo l’esperta, la vera sfida oggi è stare nel digitale senza esserne travolti. «Dobbiamo imparare a fermarci e osservare le emozioni che certi contenuti ci provocano. Se qualcosa ci butta giù, dobbiamo chiederci perché».
Un esercizio utile? «“Litigare con se stessi”, ovvero mettere in discussione i pensieri automatici», spiega la psicologa. «Quando ne arriva uno negativo, bisogna chiedersi: ho davvero un dato oggettivo oppure sto costruendo una fantasia? Questo pensiero mi sta aiutando oppure mi sta sminuendo?». Con il tempo, questo esercizio può sviluppare una maggiore consapevolezza e un’autostima più solida.
Per molte donne tra i 40 e i 60 anni, il corpo cambia, così come cambiano energie, priorità e ritmi di vita. Ma il digitale spesso continua a proporre immagini congelate in un’eterna perfezione. «L’autostima è un tema molto complesso, non dipende solo dall’aspetto fisico. Si costruisce nel tempo, attraverso esperienze, relazioni ed emozioni. Ma il confronto continuo con standard irrealistici può renderla più fragile».
Per questo è importante riportare l’attenzione su ciò che fa stare bene davvero: relazioni autentiche, cura personale equilibrata, attività che aiutano a sentirsi presenti nel proprio corpo e non costantemente in competizione con quello degli altri. Anche pratiche semplici possono aiutare: respirare profondamente, fare una pausa dai social, dedicarsi a qualcosa che piace. «A volte basta interrompere il loop mentale e tornare al qui e ora», suggerisce la dottoressa Faroni.
Il rapporto tra corpo e tecnologia sarà sempre più stretto. «L’identità reale e quella digitale diventeranno sempre più integrate», puntualizza l’esperta. «Per questo sarà fondamentale sviluppare competenze psicologiche e digitali che ci aiutino a mantenere un equilibrio». La buona notizia è che qualcosa sta già cambiando. Accanto ai contenuti tossici stanno crescendo anche movimenti più autentici, come body positivity e body neutrality che provano a riportare il corpo dentro una dimensione più reale e sostenibile.


