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Inutilità sacra, bellezza pratica e testimonianze dei manicomi

Un viaggio tra teologia, filosofia e memoria per riscoprire la dignità dell’inutile

Nel linguaggio di tutti i giorni si ricorre spesso a termini come utile o inutile per misurare oggetti, attività o anche ore della giornata. Queste categorie, apparentemente banali, hanno però innescato dibattiti profondi quando vengono trasposte al campo dell’esistenza umana. L’articolo ripercorre tre filoni di riflessione – dalla teologia cristiana alla filosofia di Schopenhauer, fino alle recenti testimonianze sui manicomi toscani – per mostrare che l’inutilità può essere fonte di valore, non di esclusione.

Il percorso parte da una recente controversia in Emilia-Romagna, dove la legge regionale sull’accesso al suicidio medicalmente assistito ha suscitato l’allarme dei vescovi locali. Essi temevano che la norma alimentasse una “cultura dell’inutilità” per le persone gravemente incapaci. L’analisi prosegue dimostrando che la stessa parola può racchiudere, al contrario, una dimensione radicalmente cristiana e liberatoria.

L’inutilità nella prospettiva cristiana e nella bioetica

Nel Vangelo di Luca (17,10) si legge: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare». Il greco *achreioi* non indica semplicemente un mancato valore, ma chi non pretende credito. Questo passo invita a distinguere tra ciò che si usa e ciò che si gusta ponendo Dio nella categoria di ciò che è godibile ma non strumentale. La tradizione di Agostino, Tommaso d’Aquino e Meister Eckhart ha poi evoluto l’idea, collocando la contemplazione e la preghiera al di fuori della logica produttiva.

La legge regionale sul suicidio assistito e le critiche ecclesiastiche

Il disegno normativo, approvato nel luglio scorso, prevede che i soggetti con patologie irreversibili possano chiedere un supporto medico per terminare la vita. I vescovi hanno avvertito che tale possibilità potesse rendere legittima la percezione della vita come inutilità. Tuttavia, la teologia cristiana risponde con il paradosso di San Paolo (1 Cor 1,27-28): «Ciò che è stolto per il mondo Dio lo sceglie per confondere i sapienti». Il messaggio è che l’inutilità spirituale è un valore premiato, non una condanna.

Schopenhauer e la bellezza come capitale sociale

Arthur Schopenhauer, nella sezione “Aforismi sulla saggezza nella vita” dei *Parerga e paralipomena* (1851), definì la bellezza così: «La bellezza è una lettera aperta di raccomandazione che ci guadagna i cuori in anticipo». L’affermazione, seppur apparentemente cinica, rivela un meccanismo psicologico profondo: l’aspetto estetico agisce come un biglietto da visita che predispone gli altri a favorevoli valutazioni.

Il valore pratico della bellezza secondo Schopenhauer

Per il filosofo tedesco, la bellezza rientra nella prima delle tre categorie che determinano la fortuna dell’individuo: ciò che si è (personalità, salute, bellezza intelligenza). Sebbene non rivolta direttamente alla felicità interiore, la bellezza facilita i contatti sociali, rompe le diffidenze iniziali e crea un’impressione positiva. Schopenhauer la equipara alla salute: entrambe sono don​i naturali che, pur non essendo meritati, aprono porte nella sfera relazionale – per uomini e donne allo stesso modo.

Le testimonianze dei manicomi: l’inutile che restituisce dignità

Il progetto televisivo “Storie dal manicomio”, realizzato per Tp24, ha trasformato la visita a due ex ospedali psichiatrici toscani – l’ex manicomio di Maggiano a Lucca e la struttura di Volterra – in un’esperienza di ascolto e riflessione. L’autore, psicologo di formazione, ha percorso i corridoi per raccogliere “l’esercizio dell’inutile”: la scelta consapevole di dedicarsi a qualcosa che non ha immediata utilità pratica ma riporta senso e dignità.

Il ruolo dell’inutilità nella ricostruzione dell’umanità

Le testimonianze dei luoghi, le storie dei pazienti e le parole delle guide mostrano che, anche quando il corpo non è più capace di produrre, la persona conserva una dimensione intrinsecamente valida. Questo elemento ribalta la logica dell’efficienza capitalista, dimostrando che l’inutilità stessa può essere fonte di bellezza spirituale. L’iniziativa, pur non pretendendo essere una storia esaustiva della psichiatria, mette in luce che ogni vita, anche quella “senza produzione”, mantiene un valore enorme agli occhi di Dio e della società se accolta con rispetto.

Unendo i tre filoni – la teologia dell’inutilità, la filosofia della bellezza e le testimonianze dei manicomi – emerge un quadro coerente: l’inutilità non è una colpa, ma una condizione che può favorire la gratuità la compassione e la creatività. Piuttosto che spingere verso la marginalizzazione, riconoscere il valore dell’inutile apre spazi di cura, di relazione e di bellezza che trasformano la vita in un’esperienza più ricca e autentica.

Scritto da Roberto Capelli

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