Nel corso degli ultimi decenni la leishmaniosi è diventata una presenza così radicata nel nostro ambiente da essere quasi ignorata. Non si è trattata di una vittoria medica, ma di un adattamento: la popolazione ha imparato a convivere con un parassita che vive dentro le cellule immunitarie, soprattutto nel Mediterraneo.
Il responsabile principale di questa endemia è Leishmania infantum un protozoo che trova il suo serbatoio domestico nel cane. Tuttavia, il cane non è il perpetratore diretto della trasmissione: il vero vettore è il piccolo insetto ematofago, comunemente denominato pappatacio o flebotomo. Questo insetto, pungendo un animale infetto, acquisisce il parassita e lo trasferisce con la successiva puntura.
Ciclo trasmissivo: cane, flebotomo e uomo
La femmina del flebotomo è quella che alimenta il ciclo epidemiologico. Dopo aver succhiato sangue da un cane o da una persona già contaminata, il parassita si sviluppa all’interno del suo apparato digestivo per poi migrare alle sue ghiandole salivari. Un nuovo pungiglione può così inoculare Leishmania in un ospite suscettibile. Il cane, quindi, non contamina direttamente l’uomo con un semplice tocco o un leccato, ma funge da serbatoio indispensabile.
Il ruolo del pappatacio nella diffusione geografica
Le zone tradizionalmente colpite sono le regioni centro-meridionali e le isole italiane, ma negli ultimi anni si è osservato un progressivo spostamento verso il Nord. Uno studio che analizza il periodo 2004-2022 ha registrato 173 casi umani nel Nord Italia, di cui 154 autoctoni, confermando che il vettore sta colonizzando nuovi habitat, probabilmente facilitato dal cambiamento climatico e dalla mobilità di persone e animali.
Manifestazioni cliniche e gruppi a rischio
Negli esseri umani la leishmaniosi può presentarsi in tre forme distinte. La forma cutanea genera ulcere o lesioni che possono lasciare cicatrici permanenti; la forma mucocutanea coinvolge le mucose nasali, orali e della gola, con danni significativi; la forma viscerale nota come kala-azar, è la più letale, interessando milza, fegato e midollo osseo e provocando febbre, perdita di peso, anemia e ingrossamento degli organi. Senza terapia, la variante viscerale porta alla morte in più del 95 % dei casi.
I pazienti più vulnerabili includono chi convive con HIV tumori ematologici, trapianti d’organo, malnutrizione o trattamenti immunosoppressivi, oltre a anziani e bambini piccoli. Nei cani, l’infezione può rimanere asintomatica per anni, ma quando si manifesta provoca dimagrimento, lesioni cutanee, perdita del pelo, ingrossamento dei linfonodi e, soprattutto, danni renali, una delle principali cause di mortalità nella leishmaniosi canina.
Trattamento attuale e prospettive vaccinali
Per la forma viscerale umana il trattamento di prima scelta nel Mediterraneo è l’amfotericina B liposomiale un antibiotico polienico incapsulato in liposomi per ridurne la tossicità. La terapia richiede somministrazione endovenosa, monitoraggio ospedaliero e può provocare reazioni infusionali o danni renali, soprattutto nei soggetti immunodepressi. Altri farmaci – antimoniali pentavalenti, miltefosina, paromomicina – sono usati a seconda della specie di Leishmania della forma clinica e della zona geografica.
Nel cane, la terapia più comune combina meglumina (un antimonio) con allopurinolo oppure miltefosina più allopurinolo. Anche in questo caso, la miglior risposta clinica non garantisce l’eliminazione completa del parassita: recidive e persistenza sono frequenti. La prevenzione si basa su due pilastri: l’uso di repellenti contro il flebotomo e la vaccinazione preventiva nei cani non infetti. Il vaccino riduce il rischio di infezione attiva e di malattia clinica, ma non elimina il parassita né sostituisce le misure di protezione.
Al momento non esiste un vaccino autorizzato per l’uomo. Tuttavia, diversi candidati – vaccini ricombinanti, vettori virali, parassiti attenuati – hanno raggiunto le prime fasi di sperimentazione clinica. Il principale ostacolo è finanziario: la leishmaniosi è classificata tra le malattie tropicali neglette che colpiscono principalmente popolazioni povere e attirano investimenti commerciali limitati. Un finanziamento pubblico, coordinato tra Istituto Superiore di Sanità, istituti zooprofilattici, università e industria, potrebbe avviare un programma di sviluppo di un vaccino umano, trasformando il cane da “competitore” a “alleato scientifico” nella lotta contro la malattia.


