Nuove immunoterapie per la leucemia mieloide acuta con mutazioni TP53

Un team di ricercatori del Policlinico Sant'Orsola di Bologna sta indagando le connessioni tra mutazioni del gene TP53, infiammazione del midollo osseo e produzione di interferone gamma per sviluppare nuove terapie contro la leucemia mieloide acuta.

La leucemia mieloide acuta rappresenta una delle sfide più complesse in campo ematologico, ma potrebbe nascondere un punto debole. Un team di ricercatori del Policlinico Sant’Orsola Irccs di Bologna guidato dall’ematologo Antonio Curti sta indagando le connessioni tra le mutazioni del gene TP53 l’infiammazione disfunzionale del midollo osseo e la produzione eccessiva di interferone gamma.

L’obiettivo è sviluppare nuove immunoterapie per trattare una delle forme più resistenti di leucemia. Il progetto, sostenuto dalla Fondazione Airc ha ricevuto un finanziamento di 800mila euro nell’ambito del bando Investigator Grant 2026 di cui 58mila euro già assegnati a fine 2026.

Il ruolo del gene TP53 e l’infiammazione del microambiente tumorale

Il gene TP53 codifica per la proteina p53, conosciuta come il custode del genoma per la sua funzione di prevenzione e soppressione tumorale. Quando questo gene è mutato, le cellule diventano più suscettibili di acquisire mutazioni deleterie, rendendo la leucemia mieloide acuta particolarmente aggressiva.

Negli ultimi anni, la ricerca ha dimostrato che la mutazione di TP53 si associa a un alto grado di infiammazione del microambiente leucemico. Nel caso della leucemia acuta mieloide con mutazioni di TP53, questa infiammazione è localizzata nel midollo osseo e corrisponde a un’incapacità del sistema immunitario di riconoscere ed eliminare le cellule leucemiche.

La produzione eccessiva di interferone gamma

Un’altra caratteristica di questa neoplasia è la presenza di alti livelli di interferone gamma una molecola prodotta dai linfociti che gioca un ruolo chiave nel sistema immunitario. Il progetto di ricerca mira a comprendere i meccanismi biologici che sottendono alla relazione tra cellule leucemiche e microambiente per sviluppare nuove terapie.

Il progetto di ricerca e le collaborazioni internazionali

Il progetto quinquennale, presentato da Antonio Curti responsabile del gruppo di ricerca, ha l’obiettivo di individuare il meccanismo che regola la triade costituita dal tipo di mutazione del gene TP53, l’infiammazione disfunzionale e la produzione di interferone gamma.

“Vogliamo comprendere i meccanismi biologici che sottendono alla relazione tra cellule leucemiche e microambiente per capire dove agire con nuove terapie per spegnere l’infiammazione e ripristinare il ruolo del sistema immunitario del paziente”, spiega Curti. “La leucemia mieloide acuta con mutazioni di TP53 può avere qualche analogia con il mito di Achille: una malattia che sembra invincibile, ma che non può non nascondere un punto di vulnerabilità. Ecco, con questo progetto cerchiamo il tallone d’Achille di questa malattia proprio nel suo microambiente.”

Il gruppo di ricerca dell’Istituto di Ematologia Seràgnoli si avvarrà anche della collaborazione di ricercatori dell’Emolinfopatologia del Policlinico Sant’Orsola dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano e dell’Università di Sheffield con l’obiettivo di integrare competenze cliniche e traslazionali per accelerare il trasferimento dei risultati verso possibili applicazioni terapeutiche.

Inoltre, grazie alla collaborazione con il gruppo della professoressa Silvia Turroni dell’Università di Bologna, affiliata al laboratorio di Microbiomica Intestinale dell’IRCSS Policlinico Sant’Orsola cercheranno di scoprire se il microbiota intestinale così importante nella patogenesi di molte malattie in cui è implicato il sistema immunitario, può influenzare il grado di infiammazione e la produzione di interferone gamma nel midollo osseo dei pazienti con leucemia mieloide acuta con mutazioni nel gene TP53.

Scritto da Camilla Pellegrini

Morti in piscina, 75 vittime dal 2022 in Italia: i consigli per prevenire gli incidenti

Svelato l’interruttore genetico che fa sudare troppo, nuove speranze per l’iperidrosi