Chimica e letteratura

L’intreccio tra Scienza e Letteratura non è poi così inverosimile come potrebbe sembrare. I lettori più fedeli di questo blog hanno già avuto modo di vedere in quanti modi la scienza entra nella letteratura e viceversa, grazie anche alla nostra partecipazione ai Carnevali della fisica e della matematica.

Lungi dal proporre argomenti noiosi e lontani dalla vita quotidiana, fisica e matematica, sono quelle che più di tutte hanno provato a proporsi in modi meno formali, ma non per questo meno accattivanti, forse proprio perché consce dell’essere circondate da tanti pregiudizi e inutili paure.
La chimica, da questo punto di vista, non è certo da meno, ma non sono stati poi così tanti i tentativi approcciarsi al grande pubblico in modo diverso da quello tradizionale.

Eppure di esempi ce ne sono e anche piuttosto indietro nel tempo.

D’altra parte  la trasformazione della materia e i fenomeni chimici in generale hanno sempre avuto un fascino straordinario, sull’animo umano. Mircea Eliade, ne “Il mito dell’alchimia” (Avanzini e Torraca Editori) scriveva che “Lo scenario drammatico delle “sofferenze”, della “morte” e della “resurrezione” della Materia è attestato dall’inizio della letteratura alchimistica greco-egiziana. La trasmutazione, l’opus magnum che porta alla Pietra Filosofale, si ottiene facendo passare la materia attraverso quattro fasi, chiamate, dai colori che assumono gli ingredienti, nigredo (nero), albedo (bianco), citrinitas (giallo), e rubedo (rosso).

L’alchimista tratta la materia come Dio è trattato nei Misteri: le sostanze minerali “soffrono”, “muoiono”, “rinascono” a un modo diverso di essere, ossia sono trasmutate.
Ci sono sorprendenti analogie con le visioni iniziatiche degli sciamani e, in generale, con lo schema fondamentale di tutte le iniziazioni arcaiche. Sappiamo che ogni iniziazione comporta una serie di prove rituali che simboleggiano la morte e la resurrezione del neofita.
Gli alchimisti hanno proiettato sulla Materia la funzione iniziatica della sofferenza.

Grazie alle operazioni alchimistiche, paragonate alle “torture”, alla “morte” e alla “resurrezione” la sostanza viene trasmutata, ottiene cioè un modo di essere trascendentale: diviene Oro. L’oro è il simbolo dell’immortalità. La trasmutazione alchimistica equivaleva dunque alla perfezione della materia; in termini cristiani, alla sua redenzione.
I minerali e i metalli erano considerati come organismi viventi: si parlava della loro gestazione, della loro crescita e della loro nascita; si parlava anche del loro matrimonio. Gli alchimisti hanno adottato e rivalutato tutte queste credenze arcaiche. La combinazione alchemica dello zolfo e del mercurio è quasi sempre espressa in termini di “matrimonio”. Ma questo sposalizio è anche una unione mistica fra due principi cosmologici. Qui è la novità della prospettiva alchimistica: la Vita della Materia acquista una dimensione “spirituale”; in altre parole: assumendo la significazione iniziatica del dramma e della sofferenza, la Materia assume così il destino dello Spirito.

Materia che “soffre, “muore” e “risorge”. Il potere simbolico delle trasformazioni chimiche e la loro conoscenza e pratica diventano simbolo, metafora, della conoscenza delle trasformazioni del mondo interiore, del mondo della psiche. Non stupisce quindi che dei legami stretti tra simboli alchemici e processi psichici si sia occupato a lungo anche uno psicanalista come Carl G. Jung. In “Opere – 12. Psicologia e Alchimia“, (Bollati Boringhieri) egli scrive: “L’opera alchimistica non consiste per la maggior parte in meri esperimenti chimici, ma anche in qualcosa di simile a dei processi psichici espressi in linguaggio pseudochimico. Gli antichi sapevano, entro certi limiti, cos’erano i processi chimici; dovevano quindi anche sapere che ciò di cui si occupavano non era, diciamo, la chimica ordinaria. Se l’alchimista, e lo confessa lui stesso, usa il processo chimico soltanto simbolicamente, perché lavora con crogioli e alambicchi? E se, come asserisce continuamente, descrive processi chimici, perché li deforma per mezzo di una simbolizzazione mitologica, fino a renderli irriconoscibili?
All’alchimista era ignota la vera natura della materia. Egli la conosceva soltanto per allusioni. Tentando di indagarla, egli proiettava sull’oscurità della materia, per illuminarla, l’inconscio. Per spiegare il mistero della materia, proiettava un altro mistero, e precisamente il proprio retroscena psichico sconosciuto, su ciò che doveva essere spiegato.

I simboli alchemici sono, insomma, affascinanti e tra di essi è soprattutto la Fenice, l’uccello mitico che risorge dalle proprie ceneri, quello che più di tutti ha saputo toccare le corde di artisti e letterati. La Fenice è il simbolo insieme della rinascita spirituale e del compimento della Trasmutazione Alchemica ed è anche il nome della pietra filosofale. Di lei si trova un primo tentativo narrativo in un manoscritto sassone di anonimo datato VII secolo.

Col tempo l’alchimia ha acquistato un sempre maggiore rigore scientifico, perdendo in parte quell’alone di magia e mistero che poteva investire di potere pochi eletti. Ma per alcuni scienziati moderni il fascino delle trasformazioni della materia è rimasto quello dei primi alchimisti. Ed è ancora la letteratura a darcene conto. Oliver Sacks, ad esempio, nel già citato “Zio Tungsteno descrive la nascita della sua passione infantile per la Chimica. Un romanzo di formazione o, se vogliamo di iniziazione, anche se poi il destino lo ha portato a prendere strade diverse. Tuttavia, fanno notare nel sito Chimica non magia curato dall’università di Padova “l’interazione più completa tra scienza e letteratura si ha in quei casi nei quali si percepisce come la frequentazione della scienza permetta di integrare i piani discorsivi attraverso cui riconoscere, sondare e esprimere la realtà“. E questo è senza dubbio quanto si percepisce nell’opera di Primo Levi, e in particolare nel suo libro più “chimico”, Il Sistema Periodico (Einaudi). C’è in questo libro un’orgogliosa rivendicazione del significato profondo della professione e dell’attività del chimico:
Alle due del pomeriggio, il professor D., dall’aria ascetica e distratta, consegnava ad ognuno di noi un grammo esatto di una certa polverina: entro il giorno successivo bisognava completare l’analisi qualitativa, e cioè riferire quali metalli e non-metalli c’erano contenuti. Riferire per iscritto, sotto forma di verbale, di sì e di no, perché non erano ammessi i dubbi né le esitazioni: era ogni volta una scelta, un deliberare, un’impresa matura e responsabile, a cui il fascismo non ci aveva preparati, e che emanava un buon odore asciutto e pulito.
E ancora:
Siamo chimici, cioè cacciatori: nostre sono “le due esperienze della vita adulta” di cui parlava Pavese, il successo e l’insuccesso, uccidere la balena bianca o sfasciare la nave; non ci si deve arrendere alla materia incomprensibile, non ci si deve sedere. Siamo qui per questo, per sbagliare e correggerci, per incassare colpi e renderli. Non ci si deve mai sentire disarmati: la natura è immensa e complessa, ma non è impermeabile all’intelligenza; devi girarle intorno, pungere, sondare, cercare il varco o fartelo.
Il libro è costituito da una serie di capitoli, in ciascuno si racconta un episodio della sua vita legato alla sua attività di chimico, prendendo spunto dal nome di un elemento, da “Potassio” al “Nickel”.

Vi sono poi i tentativi di coniugare chimica e poesia. Alberto Cavaliere, poeta e giornalista, e anche chimico che, con una strepitosa vena di rimatore spiritoso e vivace, nel 1928 pubblicò un intero trattato di Chimica in versi, che si trova anche in rete. In esso perfino la “Prefazione” è in versi.

Alcuni scienziati per trasmettere la conoscenza della chimica hanno usato, invece, la bellezza della scrittura nella forma più diretta del teatro, o del dialogo come fece Brecht con i dialoghi galileiani che sono stupendi esempi di scrittura letteraria intrecciata alla fisica. Nelle loro mani la scrittura è diventata un potente strumento di divulgazione delle conoscenze da un ambito specialistico a un pubblico più vasto. Un esempio recente di pièce teatrale che ha come argomento la scoperta dell’ossigeno è, appunto “Ossigeno” (o “La sconfitta del flogisto”) di Carl Djerassi e Roald Hoffmann. Djerassi è l’inventore della pillola anticoncezionale, ed è professore di Chimica a Stanford, Hoffmann premio Nobel per la Chimica. Djerassi ha inventato un nuovo genere letterario, “Science in fiction”, Scienza nella narrativa. Recentemente ha vinto un premio letterario in Italia, con la seguente motivazione: “per l’impegno civile e culturale” dimostrato “per il diffondersi di una vera cultura scientifica”. Il valore dell’opera di Djerassi “è nell’intreccio originale tra scienza e letteratura, che permette di dare un contributo al superamento di uno degli ostacoli fondamentali della comunicazione scientifica: la difficoltà di arrivare ad un pubblico di non esperti e di farli appassionare”. Chi ha scoperto l’ossigeno, sconfiggendo per sempre la teoria del flogisto? Ecco come gli autori presentano la loro pièce.
Abbiamo immaginato che nel 2001 il Comitato del Nobel, per celebrarne il centenario, decida di premiare le grandi scoperte precedenti alla creazione del premio Nobel nel 1901. Non si prevedono difficoltà: il comitato incaricato di selezionarle potrà ritornare ai bei tempi andati della scienza disinteressata, delle scoperte semplici, dalla paternità certa, dell’assenza di controversie e battage pubblicitari…
Il primo retro-Nobel per la Chimica, su questo il comitato è concorde, spetta all’evento che alla fine del settecento ha rivoluzionato la disciplina: la scoperta dell’ossigeno, l’elemento sul quale Lavoisier avrebbe poi edificato in un insieme coerente le conoscenze sulla combustione, la respirazione, la ruggine dei metalli, tutti fenomeni dovuti a una combinazione con l’ossigeno presente nell’atmosfera. Nel nuovo quadro di riferimenti in cui si inserivano queste e altre reazioni fondamentali, erano necessari pesi e misure precise. La riformulazione della chimica quale scienza quantitativa non tolse nulla al suo antico ruolo di arte ultima della trasformazione, che e poi il legame tra chimica e alchimia. Al contrario, fu all’origine dell’analisi e poi della sintesi chimica.
Ma chi onorare per la scoperta dell’ossigeno? Una sera di ottobre del 1774 Antoine Lavoisier venne a sapere che l’inglese Joseph Priestley, pastore della chiesa unitaria, aveva creato un gas inedito. Quella stessa settimana, a quanto si crede, gli arrivò una lettera di Carl Wilhelm Scheele, un farmacista svedese. Essa spiegava come sintetizzare l’elemento cruciale per la teoria che il francese andava elaborando, l’ossigeno fonte di vita. Ma Scheele e Pristley facevano rientrare la propria scoperta in una teoria illogica e sbagliata, quella del flogisto che Lavoisier intendeva demolire.
Che cosa fece Lavoisier con le scoperte di Priestley e Scheele? Ne riconobbe pubblicamente il merito ai loro autori? E che cos”è una scoperta in fin dei conti? Occorre capire bene ciò che è stato trovato? Per rispondere a queste domande, nel 1777 i tre protagonisti sono invitati a Stoccolma da re Gustavo III, insieme alle rispettive signore (l’invito, come il retro-Nobel è farina del nostro sacco), le quali si ritrovano nella sauna o in salotto a parlare della propria vita e quella dei mariti.
Nel 2001, intanto, il comitato retro-Nobel indaga sulle affermazioni dei tre scienziati e ne valuta la veridicità, e le discussioni tra i membri rivelano quanto la scienza sia cambiata, o no, nei secoli trascorsi. Una giovane storica che inizialmente dovrebbe soltanto prendere nota delle deliberazioni, fa a sua volta una scoperta che lascia gli altri esterrefatti… E qui interrompiamo il riassunto della trama, per non svelare altro. La natura ambigua di una scoperta scientifica, l’importanza di arrivarci per primi, i conflitti morali che ne derivano sono i temi di Ossigeno, insieme al paradosso incarnato da due personaggi e messo in risalto da un terzo che non potrebbe essere più diverso. Lavoisier, rivoluzionario in chimica, è conservatore in politica e verra ghigliottinato sotto il Terrore. Priestley, l’estremista costretto a lasciare l‚Inghilterra perché ha appoggiato la Rivoluzione francese, in chimica è un conservatore. Mentre Scheele vuole soltanto gestire la farmacia della cittadina di Köping e fare esperimenti una volta chiusa la bottega. È stato lui a ottenere per la prima volta dell’ossigeno in laboratorio ed è stato lui ad aspettare più a lungo che gliene venisse riconosciuto il merito. Nella scienza come sulla scena – ma questa non è una nostra scoperta – contano i protagonisti“.

Come vedete di esempi, volendo, se ne trovano e anche perfettamente riusciti nello scopo di rendere accattivante la tanto ostica chimica.

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