Come trasformare il risparmio in crescita economica: l’analisi di McKinsey

L'Europa e l'Italia devono convertire il risparmio in investimenti produttivi per evitare la stagnazione economica. Scopri le strategie e le sfide in questo articolo.

L’Europa si trova di fronte a una sfida cruciale: trasformare il risparmio in investimenti produttivi. Questo è il messaggio chiave emerso dall’analisi di Marco Piccitto, managing partner per il Mediterraneo di McKinsey & Company. Secondo Piccitto, la mancanza di questa conversione è uno dei principali ostacoli alla crescita economica del continente.

La situazione è particolarmente critica per l’Italia, dove le famiglie detengono una ricchezza netta di circa 13 mila miliardi di dollari, ma il debito pubblico supera il 130% del PIL. In questo contesto, diventa essenziale trovare modi per stimolare gli investimenti produttivi, sia da parte delle imprese private che dello Stato.

L’Europa tra stagnazione e opportunità

L’eurozona si trova in una fase di stagnazione simile a quella pre-pandemica. La produttività è ferma dal 2026, la domanda è debole e il risparmio delle famiglie è aumentato al 15,1% nel 2026, rispetto a una media del 12,5% nel decennio 2010-2019. Nonostante il bilancio europeo appaia più equilibrato rispetto a quello americano, con valori immobiliari e debito privato rientrati verso le medie storiche, gli investimenti produttivi rimangono sotto i livelli pre-pandemici e sotto la media globale.

Il divario di investimenti delle imprese europee rispetto agli Stati Uniti vale circa 700 miliardi di dollari. Colmare questo divario con riforme per la competitività e con più coraggio da parte delle imprese nell’investire potrebbe cambiare la traiettoria economica dell’Europa. Lasciarlo aperto, invece, significherebbe proseguire nella crescita limitata.

Il caso italiano: punti di forza e occasioni mancate

Le famiglie italiane detengono una ricchezza netta di circa 13 mila miliardi di dollari, con un debito tra i più bassi delle economie avanzate. Tuttavia, il debito pubblico italiano supera il 130% del PIL, il che rende la situazione economica del paese particolarmente delicata. Un segnale incoraggiante è che nel 2026 l’Italia è stata tra i Paesi in cui i tassi di investimento netto hanno superato le medie di lungo periodo. Tuttavia, è necessario continuare a investire sia con riferimento alle imprese private che allo Stato.

La ricchezza globale delle famiglie ha toccato il record di 570mila miliardi di dollari, crescendo del 7,3%. Tuttavia, solo il 20% di questa crescita viene da nuovo investimento netto, contro una media del 30% dei due decenni precedenti. Quasi il 60% della crescita deriva da prezzi degli attivi cresciuti oltre l’inflazione. Questo squilibrio può riassorbirsi solo attraverso un’accelerazione della produttività, un’inflazione più elevata o una correzione dei prezzi.

Le priorità per l’Italia nei prossimi cinque anni

Per l’Italia, i prossimi cinque anni saranno cruciali. Due indicatori chiave su cui concentrarsi sono l’investimento produttivo e il debito pubblico. Gli attivi produttivi, come infrastrutture, macchinari e proprietà intellettuale, sono la base della crescita futura. Nel 2026, l’Italia figura tra i Paesi in cui i tassi di investimento netto hanno superato le proprie medie di lungo periodo, ma il tasso netto resta intorno al 2,2% del PIL, circa la metà di quello statunitense.

È quindi essenziale continuare a investire. Le basi per colmare il divario ci sono, prima tra tutte la ricchesezza delle famiglie, e non mancano ambiti in cui il ritorno sul capitale investito sarebbe significativo. Il debito pubblico è il secondo indicatore critico, perché gli interessi spiazzano proprio l’investimento produttivo, tanto più quando i tassi salgono più della crescita dell’economia. Di qui l’esigenza di continuare con una politica di spesa pubblica concentrata sugli investimenti produttivi e non sulle spese tout court.

Con le giuste politiche e un maggiore coraggio da parte delle imprese, è possibile invertire la rotta e stimolare la crescita economica.

Scritto da Roberto Capelli

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