Arti marziali: capirci qualcosa – IV

di Gianfranco Di Mare

Performance Engineer
 

Come orientarci nella scelta di un’arte marziale per noi, o per i nostri figli? E, soprattutto, a chi giova praticare arti marziali, e perché?

Vorrei sottolineare ancora che in questa sede dobbiamo necessariamente parlare delle arti marziali “vere”, insegnate ad altissimo livello: non possiamo tener conto delle distorsioni, delle invenzioni, delle lacune che di volta in volta possono incontrarsi.

Ciò detto, frequentare una (buona) palestra di arti marziali è consigliabile a chicchessia. Al di là del luogo comune, una palestra seria non è un posto dove ci si azzuffa o dove si coltiva l’intolleranza o si incoraggiano soluzioni di forza ai contrasti relazionali (un po’ nello stile del dojo dei “cattivi” di Karate Kid…). E non è vero che per praticare arti marziali bisogna essere già degli atleti: molte palestre hanno corsi per principianti, o per persone di età matura.

Dal punto di vista sportivo, nelle arti marziali si utilizzano tutti i muscoli del corpo, ed in alcune di esse si finisce per fare praticamente tutti i movimenti possibili! Sono pratiche che portano a prendere decisioni in tempo reale, e possono insegnare a ragionare anche in condizioni di difficoltà.

Il vero esoterismo delle arti marziali non sta, a mio avviso, nei cerimoniali, o nel continuarsi di una tradizione a volte millenaria: checché se ne dica, il significato simbolico o psichico che una certa pratica aveva per un buddista di una remota provincia cinese nel VII secolo è così distante dalla nostra cultura che ogni nostro tentativo di mediazione può avere per noi solo valore turistico.

Il senso delle arti marziali, secondo me, è ben altro.
La pratica marziale, nella sua espressione più alta, agisce – per dirla in gergo psicoanalitico – come un grande laboratorio di consapevolezza delle proprie dinamiche di relazione. Attraverso la necessità di confrontarsi con l’avversario nel migliore dei modi, la proposizione di modelli comportamentali, l’insegnamento di strategie e tattiche, e di tecniche di difesa, di attacco, di schivata, di anticipo ecc. il maestro evoluto può operare proficuamente sull’atteggiamento dell’allievo nei confronti delle situazioni e dei rapporti: il praticante si ritrova a lavorare su se stesso in una delle forme più alte di arte: agire con un fine, cercando soluzioni che siano ad un tempo estetiche ed utili, ricorrendo a tecniche codificate all’interno di regole, intervenendo sulla creazione/modifica di una situazione non statica – come potrebbero essere, in altre arti, un quadro o una statua – ma in perenne mutamento: la relazione con un’altra persona.

Naturalmente non tutte le scuole ed i maestri hanno il medesimo valore. Esistono scuole dove questi discorsi, semplicemente, non sono neanche pensati. Spesso i valori tradizionali sono andati perduti… Ma non confondete i vizi o i difetti di un insegnante con la natura profonda di uno stile.

Le arti marziali non sono una pratica “violenta”: probabilmente i ragazzini si fanno più male giocando a pallone sull’asfalto. Del resto io credo che prendere un colpo “controllato” da un coetaneo senza viverlo con aggressività sia un’ottima scuola per chiunque, adolescente o adulto. È vero, però, che esistono modi violenti di insegnare un’arte marziale, come di insegnare qualsiasi cosa. Ed è vero che negli anni ’70 ed ’80, esaltati dalle gesta cinematografiche di Bruce Lee, si andava a fare karate per saper picchiare tutti come lui. Ed alcuni ancora oggi concepiscono le arti marziali come strumento stradaiolo di affermazione sociale.

Come scegliere?
Chi si senta attirato da un’arte marziale essenziale, concreta, diretta, da una disciplina che inquadra rigorosamente, da una didattica autorevole ed a volte autoritaria, dalla ricerca dell’aderenza ad un’estetica data a priori, sarà probabilmente più affascinato dalle arti marziali giapponesi: espressione della forza intesa come tenacia e durezza, combattimento essenziale, stile rigoroso. Tra queste discipline, chi ami lo stile “Chuck Norris” sceglierà probabilmente il karate. Ecco due link esemplificativi:
karate
shotokan

Anche nel karate, naturalmente, vi sono filoni, scuole, stili differenti: questi link faciliteranno un primo approfondimento di questa disciplina.

Chi invece, pur nell’ambito delle arti marziali giapponesi, si senta più attirato verso un maggior rigore formale, verso una maggiore complessità di soluzioni e verso il carisma tradizionale del maestro, potrebbe apprezzare l’aikido, che dà più spazio a soluzioni tecniche variate ed eleganti. Diverso l’abbigliamento, diversa l’atmosfera, diverse le suggestioni, diverso soprattutto l’approccio al combattimento e all’avversario. E la consapevolezza di far parte di una élite più ristretta. Aikido…
…e dintorni.

C’è poi chi nelle arti marziali giapponesi cerca una maggiore ginnicità, il miglioramento della propria agilità e del contatto con l’avversario e col terreno. Il judo, lasciatasi alle spalle ogni ricerca esoterica, è ormai una lotta grecoromana alla giapponese. Da decenni disciplina olimpica, il sito ufficiale della federazione non ha nulla a che vedere col concetto di arte marziale. Per questo vi propongo un link intrigante ed alternativo.
Per chi legge l’inglese, molto bello questo sito, più vicino alla tradizione. Nella homepage è riassunto il concetto chiave del judo:

Quando l’avversario si avvicina, accoglilo; quando si allontana, indirizzalo sulla sua strada.

Chi all’approccio giapponese preferisca invece una maggiore possibilità di cercare la sua propria estetica, chi sia affascinato da un’arte più antica e dai movimenti più morbidi e sinuosi, chi cerchi un’enfasi maggiore sul “dentro”, sarà probabilmente attirato dalle discipline cinesi.
Esistono centinaia di stili di gong fu, ed in Italia si trovano scuole quasi di ogni genere (anche qualche stile inventato all’uopo, purtroppo). Il gong fu è probabilmente la più antica arte marziale orientale; c’è chi dice sia nato a Shaolin, ma la sua origine è certamente precedente alla fondazione dei famosissimi monasteri (anticamente ce n’era più di uno).
A proposito: nel gong fu non si utilizzano cinture colorate per indicare il livello raggiunto dal praticante.

Un altro tipo di arte di combattimento cinese è il taiji quan, che privilegia una maggiore rotondità dei movimenti ed ha tra le sue caratteristiche di cercare nella lentezza dell’esecuzione le qualità di combattimento. Anche questa pratica, a seconda del maestro, può essere molto interessante. Qui trovate un buon sito descrittivo in italiano.

Spostando ancor di più l’attenzione alle dinamiche più interne rispetto al contatto esterno, si arriva al qì gong. Qui il combattimento, anche nella pratica delle forme (si vedano i post precedenti), è quasi del tutto virtualizzato, l’enfasi è su ciò che succede “dentro” al corpo durante le pratiche e sulla possibilità di controllarlo/modularlo/veicolarlo. La relazione con l’avversario, con l’altro, cambia di conseguenza.
Il qì gong ricalca, in parte, le pratiche che vediamo fare ai cinesi di ogni età, da soli o in gruppi, nelle piazze e nei parchi; anche una recente pubblicità televisiva per una marca di abbigliamento si è ispirata alle movenze del qì gong (i cinesi sulla Piazza Rossa). Qui trovate una breve introduzione alla pratica.

Una nota generale: spostando l’attenzione da aspetti più “esterni” ad aspetti più “interni” nelle pratiche orientali, diventa via via più facile che si venda fumo, o che si prendano, come suol dirsi, fischi per fiaschi. Spesso le cosiddette pratiche interne vengono insegnate senza una reale consapevolezza delle dinamiche fisiologiche in gioco, limitandosi a spingere sulla forza della suggestione senza approfondire gli aspetti più fisiologici/razionali delle pratiche. Fate attenzione.

Chiudiamo con una questione scottante, che certamente molti si saranno posti: è più forte nel combattimento un praticante di gong fu, di karate, di aikido, di jujitsu, di judo?

Se parliamo di una rissa per strada, uno abituato a menare le mani nei vicoli è capace di mettere al tappeto con facilità qualsiasi praticante di arti marziali di esperienza bassa o media. Per prevalere su una persona veramente violenta ed esperta è necessario essere avanti nella propria pratica, e comunque avere un buon maestro. La differenza tra un picchiatore ed un praticante è che il primo, quando attacca, non ha alcuna preoccupazione di rompersi una mano, o che l’avversario gli rompa il naso o gli disarticoli una spalla: semplicemente in quel momento non ci pensa. E non ha neanche remore a causare danni gravi al suo “avversario”. Questo è un enorme vantaggio, forse il principale.

Se invece limitiamo il confronto alle arti marziali, direi che il karateka arriva forse qualche anno prima ad un potenziale di combattimento più alto rispetto al praticante di gong fu o di aikido, che invece si formano più lentamente. Ma anche all’interno di una stessa arte marziale, scuole diverse e i diversi maestri possono influenzare notevolmente questo aspetto.
Quanto lontano, poi, tutti costoro possano arrivare, dipende davvero dalle qualità della scuola, del maestro, dell’allievo e dalla passione della pratica.

Image courtesy corriere.it

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