Negli ultimi anni la popolazione pediatrica sta vivendo una duplice sfida: da un lato l’incidenza crescente del fegato grasso legato all’obesità, dall’altro l’aumento delle malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI) come il morbo di Crohn e la colite ulcerosa. Entrambe le condizioni, pur avendo origini diverse, condividono un elemento comune fondamentale: la nutrizione non è più un semplice supporto, ma la base della terapia.
Fegato grasso nei bambini: diffusione, rischi e diagnosi precoce
Secondo le ultime analisi, circa il 2-3% della popolazione pediatrica presenta una steatosi epatica, mentre la percentuale sale al 30% tra i bambini con sovrappeso o obesità. La condizione, definita MASLD (Metabolic Dysfunction-Associated Steatotic Liver Disease), è spesso asintomatica e si scopre solo tramite screening mirati. Se non trattata, la presenza di grasso nel fegato può decuplicare il rischio di diabete di tipo 2 e, a lungo termine, evolvere in cirrosi o richiedere persino un trapianto epatico.
Terapie emergenti con agonisti GLP-1
Nel panorama terapeutico, gli analoghi del peptide-1 glucagone-like (GLP-1) stanno guadagnando terreno. Studi recenti su adolescenti obesi hanno mostrato che la semaglutide riduce il BMI di circa 16% dopo più di un anno di trattamento, rispetto a un incremento dello 0,6% nel gruppo placebo. Inoltre, nei soggetti adulti con steatoepatite, la stessa molecola ha diminuito l’infiammazione epatica nel 63% dei casi. L’EMA ha avviato un percorso di sviluppo pediatrico a partire dagli 8 anni, ma restano dubbi su sicurezza a lungo termine, possibile rebound del peso e l’accessibilità economica.
Malattie infiammatorie intestinali: la dieta come prima linea terapeutica
Le MICI colpiscono 1-2 bambini su 100.000 e mostrano una tendenza all’aumento, soprattutto nei paesi occidentali. L’età media di esordio si colloca tra i 10 e i 12 anni. Per questi pazienti, la nutrizione enterale esclusiva (NEE) è riconosciuta come prima scelta per indurre la remissione nel morbo di Crohn. La NEE consiste nel sostituire tutti gli alimenti solidi per alcune settimane con una formula nutrizionale completa, capace di “spegnere” l’infiammazione senza ricorrere ai cortisonici.
Verso diete solidi più accettabili per gli adolescenti
Pur essendo efficace, la NEE presenta difficoltà di adesione, soprattutto tra gli adolescenti. Per questo stanno emergendo protocolli basati su cibi solidi, come la Crohn’s Disease Exclusion Diet (CDED), che elimina alimenti noti per innescare l’infiammazione mantenendo un’alimentazione più varia. In studi nazionali su 649 giovani con diagnosi di Crohn, il 77% ha completato almeno una fase di NEE; nelle forme lievi-moderate, la CDED ha garantito risultati comparabili con una migliore tollerabilità. Tuttavia, gli esperti avvertono che restrizioni prolungate potrebbero favorire disturbi del comportamento alimentare, sottolineando l’importanza di un dietista specializzato in MICI.
La diagnosi precoce, l’uso mirato di farmaci GLP-1 e l’impiego di diete specifiche rappresentano le leve attuali per migliorare la prognosi dei giovani pazienti, evitando che una condizione silenziosa si trasformi in una patologia cronica irreversibile.


