Il virus della rabbia è responsabile di circa 59.000 decessi annuali nel mondo. La malattia si trasmette quasi esclusivamente tramite la saliva di animali infetti soprattutto cani, che rappresentano il 99% dei passaggi all’uomo. Una volta comparsi i sintomi neurologici, la prognosi è quasi sempre negativa.
Un contatto apparentemente innocuo – un morso, un graffio o anche la semplice esposizione di una ferita alla saliva – può scatenare l’infezione. I primi segnali includono febbre, dolori e formicolio nella zona colpita, ma il danno al sistema nervoso centrale avviene in maniera irreversibile, provocando un’infiammazione del cervello e del midollo spinale.
Casi recenti: dagli Stati Uniti all’Italia
In North Carolina, una fattoria didattica ha registrato quattro capretti contaminati da una moffetta entrata nel recinto. Tre esami autoptici hanno confermato il virus; circa 300 persone che avevano avuto contatti con gli animali sono state indirizzate alla profilassi post-esposizione. Il caso ha mostrato come una singola infezione animale possa coinvolgere un gran numero di individui.
In Italia, un cane importato illegalmente dal Marocco è risultato positivo al virus dopo l’eutanasia in una clinica veterinaria di Vittorio Veneto (TV). L’analisi genomica ha attestato l’origine nordafricana del ceppo. Il Comune ha imposto per sei mesi la vaccinazione obbligatoria per cani e gatti residenti e le autorità sanitarie hanno avviato le misure di profilassi per tutti i contatti identificati.
Meccanismo di contagio e gravità della malattia
Il virus della rabbia attacca il sistema nervoso centrale, provocando una encefalite che porta rapidamente a paralisi e morte. La trasmissione avviene quando la saliva contenente il virus entra in contatto con ferite aperte o mucose. I cani, sia domestici che randagi, sono il vettore più comune, ma anche altri mammiferi possono essere fonte di infezione.
Una volta che i sintomi clinici compaiono – agitazione, idrofobia, convulsioni – il decorso è quasi sempre letale. Per questo è fondamentale intervenire prima che la malattia si manifesti, sfruttando le risorse preventive disponibili.
Prevenzione: vaccino pre-esposizione e profilassi post-esposizione
Vaccinazione preventiva
Chi viaggia in aree endemiche può optare per la vaccinazione preventiva. Il ciclo pre-esposizione si completa con due somministrazioni a distanza di almeno una settimana l’una dall’altra, permettendo al corpo di sviluppare anticorpi protettivi. Anche i soggetti già vaccinati devono rivolgersi a un medico in caso di morso, poiché la gestione post-esposizione cambia: non sono richieste immunoglobuline e si richiedono due dosi di richiamo a 3-giorni di distanza.
Profilassi post-esposizione
Chi non è mai stato vaccinato deve rivolgersi immediatamente a una struttura sanitaria dopo un contatto rischioso. Il protocollo prevede quattro o cinque dosi di vaccino distribuite nell’arco di settimane, affiancate dall’iniezione di immunoglobuline specifiche quando necessario. Le immunoglobuline forniscono una protezione immediata, mentre il vaccino stimola la risposta immunitaria a lungo termine.
Andrea Rossanese, presidente della SIMVIM e responsabile della Travel Clinic del Centro di Malattie Tropicali dell’IRCCS Sacro cuore Don Calabria di Negrar (VR), ricorda che la disponibilità di immunoglobuline può essere limitata nei Paesi in via di sviluppo, rendendo fondamentale la pronta valutazione del rischio sul posto.
Ridurre il rischio durante i viaggi
Prima di partire, è consigliabile consultare il portale Viaggiare Sicuri dell’Unità di Crisi della Farnesina, dove si trovano le informazioni sulla presenza della rabbia nel Paese di destinazione. Una valutazione personalizzata presso un centro di medicina dei viaggi aiuta a decidere se il vaccino è necessario.
Durante il soggiorno, è prudente evitare il contatto con cani e gatti randagi, animali selvatici, cuccioli apparentemente in salute e qualsiasi animale presente in mercati, santuari o aree dove vivono in libertà parziale. Anche animali che sembrano addomesticati possono essere portatori del virus; è impossibile identificare a occhio un animale infetto.
L’importazione non autorizzata di animali domestici rappresenta un ulteriore pericolo per la salute pubblica, poiché un animale in fase di incubazione può viaggiare senza sintomi, sfuggendo a qualsiasi controllo clinico. La certificazione vaccinale resta l’unica garanzia affidabile.
Viaggiare informati, adottare precauzioni sugli animali e agire subito in caso di morso possono fare la differenza tra la vita e la morte.


