Negli ultimi anni la discussione clinica si è spostata: non più soltanto su quando iniziare un trattamento, ma anche su quando sospenderlo. Questo cambiamento è sostenuto da raccomandazioni internazionali e da studi che mettono in luce i rischi della politerapia soprattutto negli anziani. La pratica della deprescrizione propone una revisione attiva e periodica del rapporto tra benefici e rischi di ogni farmaco, con l’obiettivo di ridurre eventi avversi, interazioni farmacologiche e ospedalizzazioni.
Il fenomeno è accompagnato da dati concreti: un documento pubblicato in aprile ha coinvolto un gruppo multidisciplinare di 72 esperti e ha messo a punto 185 raccomandazioni e 70 Good Practice Statements per integrare la deprescrizione nella pratica clinica. Parallelamente, una revisione dello stato dell’arte del 2026 ha sottolineato che la politerapia è associata a un aumento di eventi avversi, cadute, ricoveri, declino cognitivo e mortalità negli anziani, rafforzando l’idea che la sospensione programmata e condivisa di farmaci può migliorare l’appropriatezza terapeutica.
Linee guida internazionali e politiche nazionali
La spinta verso una medicina meno prescrittiva non è solo teorica: sistemi sanitari hanno iniziato a includere la revisione delle terapie tra le loro strategie. Nel Regno Unito alcuni documenti di riferimento per la gestione della politerapia erano già in uso, mentre il governo scozzese ha inserito la revisione sistematica delle terapie nella Polypharmacy Guidance 2026- come strumento principale per ridurre il danno da farmaci e migliorare la qualità delle cure.
Queste iniziative sono coerenti con quanto proposto da esperti internazionali: la pubblicazione di aprile sul Medical Journal of Australia fornisce indicazioni concrete per trasformare la deprescrizione in una componente strutturale della pratica clinica, soprattutto per pazienti con molteplici prescrizioni.
Impatto sui pazienti anziani
La situazione clinica degli over 65 è spesso caratterizzata dall’assunzione contemporanea di più farmaci: molti pazienti assumono cinque, dieci o anche più farmaci senza che sia stata valutata la reale necessità di ciascuno. Questo incremento del numero di molecole aumenta il rischio di interazioni e di effetti collaterali, con ricadute sulla mobilità, sulla funzione cognitiva e sulla probabilità di ricovero.
Il contributo di Franco Berrino e il messaggio clinico
L’epidemiologo Franco Berrino già direttore del Dipartimento di medicina preventiva dell’Istituto tumori di Milano sintetizza così il problema: “Per molti anni abbiamo identificato il buon medico con quello che prescriveva di più. Il buon medico è quello che rivaluta continuamente se una terapia continua a essere utile“. Questa affermazione mette al centro la necessità di un follow-up terapeutico che non dia per scontata la continuazione indefinita delle terapie avviate in passato.
Berrino evidenzia anche il rischio di una mentalità che vede in ogni sintomo la soluzione di una pillola: “Non è che per ogni problema c’è una pillola“. L’enfasi non è contro i farmaci in sé — “No, i farmaci hanno cambiato la storia della medicina e salvano milioni di vite” — ma a favore di un loro uso mirato e periodicamente rivalutato.
Esempi pratici e categorie a rischio
Certi gruppi di pazienti richiedono particolare attenzione: i diabetici, i soggetti con scompenso cardiaco e quelli con malattia renale cronica sono più esposti alle conseguenze negative della politerapia, soprattutto durante condizioni ambientali stressanti come periodi di caldo intenso che possono accentuare rischi di disidratazione e danno renale. Anche l’uso prolungato di farmaci come ansiolitici, antidepressivi o antiacidi è spesso indicato come esempio di terapie protratte oltre il necessario.
Dal punto di vista pratico, alcuni consigli clinici evidenziano l’importanza di monitorare parametri semplici ma significativi: peso, pressione arteriosa e funzione renale dovrebbero essere valutati per decidere se continuare, modificare o sospendere una terapia, in accordo con il medico curante. Per i pazienti in terapia con metformina, ad esempio, il controllo di questi parametri può prevenire complicanze come l’acidosi lattica in caso di ipotensione.
La transizione verso una pratica più sobria richiede quindi non solo linee guida e politiche sanitarie, ma anche un cambiamento culturale: la revisione periodica delle terapie, la condivisione delle scelte con il paziente e un approccio che consideri il farmaco come uno strumento da usare quando serve e da sospendere quando il suo bilancio rischio-beneficio cambia.


