Gender gap: come la disuguaglianza di genere impatta competitività e benessere aziendale

Il gender gap rappresenta una sfida economica e sociale per le aziende europee. Scopri come progetti come CHECk stanno promuovendo la parità di genere e la sostenibilità lavorativa.

In un’epoca in cui l’inclusione e la diversity sono al centro del dibattito aziendale, il gender gap rappresenta una sfida economica e sociale di primaria importanza. Le aziende che non riescono a valorizzare e sostenere il lavoro femminile stanno progressivamente perdendo competitività e capacità di adattamento a un mercato del lavoro sempre più fragile.

In Italia, il divario di genere è particolarmente evidente. Mentre in Europa il tasso di occupazione femminile ha raggiunto il 71,3%, nel nostro Paese si ferma al 58%. Questo significa che lavora poco più di una donna su due, a fronte di due su tre in Spagna e otto su dieci in Lituania.

Le sfide della sostenibilità lavorativa

Il problema non riguarda solo l’accesso al lavoro, ma anche la sua sostenibilità nel tempo. La maternità rappresenta uno dei principali fattori di uscita o rallentamento professionale per le donne. Secondo i dati Eurostat, il part-time è spesso una scelta obbligata piuttosto che volontaria per molte italiane.

Il carico di cura domestica rimane fortemente squilibrato, con le donne che dedicano in media quattro ore e 40 minuti al giorno a queste attività, contro appena un’ora e 50 minuti per gli uomini. Non sorprende, quindi, che il 62,2% delle madri inattive dichiari di non cercare un’occupazione a causa dell’accudimento dei figli.

A questo si aggiungono la limitata presenza femminile nei ruoli apicali e la minore rappresentanza nei settori e nelle professioni meglio retribuite, fenomeni che continuano ad alimentare il divario nel mercato del lavoro.

La qualità degli ambienti di lavoro

Un elemento spesso invisibile, ma sempre più determinante, è la qualità degli ambienti di lavoro. Il 40% di chi cambia lavoro lo fa a causa di ambienti tossici, mentre l’81,6% delle persone che subiscono molestie sul lavoro sono donne, che spesso non sanno a chi rivolgersi.

Sempre più persone, e in particolare le donne, lasciano aziende e organizzazioni non solo per ragioni economiche, ma per burnout, eccesso di pressione, culture organizzative rigide, mancanza di flessibilità e difficoltà di conciliazione. Questa progressiva perdita di lavoro femminile, in un’Europa che invecchia e fatica ad attrarre e trattenere competenze, non è più sostenibile.

Il progetto CHECk per la parità di genere

In questo scenario nasce CHECk – Challenge Equality in Employment and Care, un progetto europeo sostenuto dal Programma Cerv dell’Unione Europea, coordinato da Fondazione l’Albero della Vita. Il progetto si rivolge a piccole e medie imprese e pubbliche amministrazioni, coinvolgendo realtà come Fondazione Sodalitas, Comune di Milano, Regione Lombardia e Ats Milano.

L’obiettivo è contribuire a ridurre il divario di genere nell’occupazione attraverso politiche di work-life balance e il contrasto agli stereotipi di genere. Con il supporto scientifico di Percorsi di Secondo Welfare, sono stati sviluppati due percorsi paralleli: uno dedicato ai dipendenti e uno rivolto a manager, dirigenti e funzionari.

I contenuti spaziano dalla conciliazione vita-lavoro alle questioni di genere, dalla certificazione Uni/PdR 125:2026 al welfare aziendale, al fenomeno dei cosiddetti ‘greedy jobs’: quei lavori che premiano disponibilità continua e reperibilità costante, generando squilibri strutturali soprattutto per le donne.

Grazie al progetto, alcune aziende coinvolte hanno introdotto maggiore flessibilità oraria, estensione dei congedi di paternità, supporto psicologico, canali anonimi di segnalazione per molestie, oltre a servizi di welfare innovativi come screening medici, consulenza finanziaria e maggiordomi aziendali in collaborazione con cooperative territoriali.

Dopo il primo anno, il progetto ha mappato oltre tremila pmi, coinvolto 99 organizzazioni, formato più di 200 manager e oltre 1.000 dipendenti. Sono stati sviluppati 67 piani d’azione per trasformare la formazione in interventi misurabili. La sfida sarà ora costruire linee guida condivise da portare a livello europeo, in dialogo con le istituzioni di Bruxelles.

I cambiamenti emersi sino ad oggi mostrano come il tema non riguardi più soltanto la compliance o la reputazione aziendale. Sempre più imprese stanno comprendendo che benessere organizzativo, flessibilità e inclusione incidono direttamente su retention dei collaboratori, attrattività e produttività. Perché la competitività futura delle organizzazioni europee passerà sempre di più dalla loro capacità di costruire ambienti di lavoro sostenibili, inclusivi e capaci di trattenere talento. E questo non riguarda soltanto le donne. Riguarda il futuro del lavoro stesso.

Scritto da Roberto Capelli

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