Tennis: gli infortuni che segnano gli Us Open 2026 e il ritorno di Alcaraz

Gli Us Open 2026 sono segnati da infortuni e grandi ritorni. Scopri come Jannik Sinner, Carlos Alcaraz e Novak Djokovic stanno affrontando le sfide fisiche del tennis moderno.

Gli Us Open 2026 stanno mettendo in luce una realtà sempre più evidente nel mondo del tennis: lo sport si sta facendo sempre più fisicamente esigente con i campioni costretti a fare i conti con i limiti del proprio corpo. Questo torneo non è solo una competizione, ma un riflesso delle sfide crescenti che gli atleti devono affrontare per rimanere al vertice.

Tra i nomi più noti assenti per infortunio c’è Jannik Sinner il numero 1 del mondo, che ha dovuto rinunciare al torneo a causa di un problema al ginocchio destro. Questo infortunio ha costretto Sinner a saltare anche i tornei di Montreal e Cincinnati, dopo aver trionfato a Wimbledon. La sua stagione, fino a quel momento, era stata straordinaria con un bilancio di 44 vittorie e solo 3 sconfitte.

Jannik Sinner: il problema al ginocchio e la scelta di non forzare il rientro

Il problema al ginocchio è un ostacolo significativo per un tennista, poiché ogni scambio richiede continue frenate, accelerazioni e cambi di direzione. Sinner ha spiegato che ha bisogno di più tempo per recuperare una scelta che sottolinea l’importanza della prevenzione. Tornare in campo prima del completo recupero potrebbe trasformare un problema gestibile in un infortunio più lungo e debilitante.

Carlos Alcaraz: il ritorno dopo quasi cinque mesi di stop

Mentre Sinner è assente, Carlos Alcaraz è tornato in campo proprio a New York. Dopo quasi cinque mesi senza giocare un match di singolare a causa di un infortunio al polso destro Alcaraz ha affrontato gli Us Open con determinazione. Il problema si era verificato ad aprile durante il torneo di Barcellona, costringendolo a saltare gran parte della stagione sulla terra, Roland Garros, Wimbledon e i successivi tornei sul cemento.

Il polso è una parte cruciale del corpo di un tennista, coinvolta in ogni colpo: diritto, rovescio, servizio e volée. Per Alcaraz, il vero interrogativo non era solo se fosse guarito, ma quanto tempo gli sarebbe servito per ritrovare ritmo e fiducia dopo una pausa così lunga. Nonostante tutto, è tra i favoriti del torneo.

Il programma di recupero di Alcaraz

Il recupero di Alcaraz è stato un processo complesso e graduale. Inizialmente, ha tenuto l’articolazione immobilizzata con un tutore e ha continuato a lavorare sulla condizione generale attraverso esercizi che non coinvolgessero il braccio destro. A inizio giugno era già tornato su un campo da tennis, ma impugnando la racchetta esclusivamente con la mano sinistra. Solo successivamente ha potuto eliminare la protezione e iniziare gradualmente la fase di riadattamento al gesto tecnico.

Il programma iniziale prevedeva il ritorno durante l’estate americana, con Cincinnati come possibile appuntamento per la prima partita. Tuttavia, all’inizio di agosto il suo team ha deciso di rinviare ancora, dando priorità all’aumento progressivo dell’intensità degli allenamenti senza accelerare i tempi del polso.

Novak Djokovic: il corpo cede durante il match

Poi c’è Novak Djokovic che a 39 anni ha subito una sconfitta al primo turno degli Us Open contro Mariano Navone in una battaglia di 4 ore e 36 minuti. Questo è stato il suo primo ko al debutto in uno Slam dal 2006. Più del risultato, ciò che ha impressionato è stata la sua reazione fisica e psicologica. Djokovic ha vomitato più volte, ha avuto crampi, problemi alla schiena e alla spalla, e ha raccontato che il suo corpo aveva iniziato a cedere.

Il serbo ha spiegato che episodi di vomito e forte malessere fisico lo accompagnano in diverse partite del 2026. Già a Cincinnati aveva accusato problemi giocando in condizioni di caldo e umidità elevati. Nel quinto set, la situazione è diventata evidente: Navone ha chiuso 6-1 e Djokovic è apparso fisicamente esausto nonostante l’aiuto dei semi auricolari per la gestione dello stress.

La sconfitta ha riacceso le voci sul possibile ritiro di Djokovic, che compirà 40 anni nel maggio 2027. Tuttavia, il serbo non ha annunciato il ritiro e ha lasciato aperta la questione, spiegando di stare cercando di capire cosa stia succedendo al suo corpo e fino a dove possa continuare in queste condizioni.

Gli infortuni agli Us Open 2026: un problema diffuso

Il caso di Sinner, Alcaraz e Djokovic non è isolato. L’edizione 2026 degli Us Open arriva infatti con un’infermeria particolarmente affollata: sono 23 i giocatori del tabellone maschile che si presentano a New York reduci da un infortunio, da un problema fisico recente o comunque con una condizione da tenere sotto osservazione. Solo per fare qualche esempio, Luciano Darderi ha giocato con il ginocchio sinistro fasciato, mentre Thanasi Kokkinakis ha rivelato problemi alla schiena, come Casper Ruud. Carlos Taberner è alle prese con un problema ai muscoli posteriori della coscia, mentre Ugo Carabelli all’anca destra.

Questi dati restituiscono una fotografia interessante del tennis contemporaneo: arrivare a uno Slam significa spesso arrivarci dopo mesi di carichi elevatissimi, viaggi, partite e recuperi sempre più compressi. Questo solleva una domanda cruciale di Salute sportiva: quanto può essere sostenibile per il corpo di un tennista un calendario così intenso?

Perché il tennis mette così sotto pressione il corpo?

Il tennis professionistico è uno degli sport nei quali il corpo deve combinare contemporaneamente potenza, velocità, resistenza, coordinazione e capacità di recupero. Il problema non è solo la durata della partita. Un match al meglio dei cinque set può protrarsi per diverse ore, con migliaia di movimenti ripetuti: scatti laterali, frenate, rotazioni del tronco, salti, torsioni, accelerazioni e improvvisi cambi di direzione.

Ginocchia, caviglie, anche, schiena, spalle, gomiti e polsi sono quindi sottoposti a stress continui. E quando il calendario si fa particolarmente fitto, il recupero diventa parte integrante della prestazione.

A New York c’è poi un altro elemento da non sottovalutare: il caldo accompagnato dall’umidità. Djokovic lo aveva già sperimentato a Cincinnati e agli Us Open ha nuovamente mostrato quanto le condizioni ambientali possano incidere sulla capacità di sostenere uno sforzo prolungato. Calore e umidità rendono più difficile disperdere il calore prodotto dai muscoli e aumentano lo stress fisiologico durante l’esercizio.

In una partita lunga possono comparire stanchezza estrema, crampi, nausea e difficoltà a mantenere lucidità e coordinazione. Per un atleta professionista, soprattutto dopo ore di gioco, anche una piccola perdita di efficienza può diventare decisiva.

Scritto da Camilla Pellegrini

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