Epidemia di Ebola in RDC: 5.584 casi e 2.680 morti, l’appello per una risposta internazionale

Con 5.584 casi confermati e 2.680 decessi, l'epidemia di Ebola in Repubblica Democratica del Congo rappresenta una grave emergenza sanitaria. Scopri le ultime novità e le strategie per contenerla.

L’epidemia di Ebola in Repubblica Democratica del Congo continua a rappresentare una delle più gravi emergenze sanitarie degli ultimi anni. Con 5.584 casi confermati e 2.680 decessi il tasso di letalità si attesta intorno al 48%. La situazione è critica e richiede un’intervento immediato e coordinato a livello internazionale.

Il Prof. Foad Aodi membro del Registro esperti della Fnomceo docente dell’Università di Tor Vergata e fondatore dell’AMSI (Associazione medici di origine straniera in Italia) e del movimento ‘Uniti per unire’ ha lanciato un appello urgente alle istituzioni internazionali e ai governi per sbloccare e far giungere tempestivamente sul campo le risorse finanziarie già promesse.

La situazione attuale e le sfide da affrontare

L’epidemia, dichiarata ufficialmente il 15 è diventata la più grande mai documentata nella Repubblica Democratica del Congo. La trasmissione del virus è sostenuta e in espansione geografica, interessando attualmente sei province: IturiNord KivuSud KivuHaut-UéléTshopo e Bas-Uélé. L’Ituri rimane l’epicentro, mentre la trasmissione si intensifica in alcune aree del Nord Kivu e dell’Haut-Uélé.

Le indagini condotte dalla rete associativa AMSI-UMEM-UXU indicano che nei Paesi confinanti e nelle aree di valico transfrontaliero si registra un sottotracciamento dei contatti stimato oltre il 40%. Questo elemento accresce la preoccupazione per la capacità di intercettare rapidamente eventuali nuove catene di trasmissione.

Le criticità operative e il sostegno agli operatori sanitari

Le operazioni quotidiane di isolamento, prevenzione e tracciamento sono compromesse dagli spostamenti continui delle popolazioni, dall’insicurezza legata ai conflitti armati territoriali, dalle difficoltà infrastrutturali e dalla disinformazione. Il quadro è particolarmente grave per gli operatori sanitari, che lavorano in condizioni estremamente difficili e sono esposti quotidianamente al contagio e alle conseguenze dell’instabilità.

Le Nazioni Unite hanno segnalato che 160 operatori sanitari sono stati contagiati e 43 sono morti. Anche le aggressioni contro personale, strutture sanitarie e mezzi di soccorso rappresentano un ulteriore ostacolo alla risposta. Il Prof. Aodi sottolinea che “proteggere chi cura è la prima regola della salute globale: senza personale tutelato, valorizzato ed equipaggiato, l’intero sistema di contenimento rischia di entrare ulteriormente in sofferenza”.

La risposta internazionale sta aumentando, ma le necessità rimangono molto elevate. Gli Stati Uniti hanno portato a 512 milioni di dollari il proprio impegno finanziario complessivo per la risposta all’Ebola nella RDC. L’OMS sta lavorando con le autorità e i partner per aumentare la capacità assistenziale, con circa 400 posti letto aggiuntivi e il rafforzamento delle squadre epidemiologiche sul territorio.

Sul fronte vaccinale, Gavi, the Vaccine Alliance ha annunciato ulteriori 7 milioni di dollari per finanziare la fornitura delle 70.000 dosi di Ervebo alla RDC. Tuttavia, il Prof. Aodi avverte che “le 70.000 dosi rappresentano un’opportunità importante, ma dobbiamo essere rigorosi: oggi non possiamo ancora affermare che Ervebo protegga efficacemente l’uomo dal virus Bundibugyo”.

Le raccomandazioni AMSI-UMEM per l’Italia e per chi viaggia includono l’evitare contatti con persone malate e con i loro liquidi corporei, la partecipazione a pratiche funerarie che comportino contatto con il corpo del defunto, il consumo o la manipolazione di carne selvatica a rischio, e il mantenere un’accurata igiene delle mani. Per gli operatori sanitari, è fondamentale utilizzare correttamente i dispositivi di protezione individuale.

In presenza di febbre, dolori muscolari, vomito o diarrea entro 21 giorni dal rientro da un’area interessata, AMSI-UMEM raccomanda di contattare immediatamente i servizi sanitari, segnalando il precedente viaggio, ed evitando di presentarsi autonomamente in una struttura sanitaria senza averla preventivamente avvisata.

Le prospettive future e l’importanza della cooperazione interculturale

Il Prof. Aodi sottolinea che il quadro epidemiologico ufficiale potrebbe rappresentare soltanto una parte della reale diffusione dell’Ebola nei territori interessati. Le condizioni di guerra e di instabilità, l’elevato numero di sfollati, il sovraffollamento, i contatti diretti continui tra le popolazioni e la carenza di strutture diagnostiche rendono particolarmente difficile individuare e tracciare tutti i contagi.

“Le statistiche disponibili sono sicuramente sottostimate e il numero reale dei casi potrebbe essere anche fino a tre volte superiore rispetto a quello dichiarato. Siamo in territori segnati dalla guerra, con un forte affollamento degli sfollati e continui contatti diretti. Mancano laboratori adeguati e strutture diagnostiche in grado di identificare rapidamente e con precisione il virus e le sue caratteristiche, così come mancano medici specialisti ed équipe sufficienti per affrontare un’emergenza di queste dimensioni”, sottolinea Aodi.

Per questo occorre aumentare immediatamente la prevenzione, rafforzare e fornire nuovi laboratori, inviare delegazioni internazionali di medici ed esperti qualificati a sostegno del personale sanitario locale, garantire le cure necessarie e intensificare la sorveglianza alle frontiere. Dobbiamo intervenire prima che nuove catene di trasmissione possano sfuggire al controllo e determinare un’ulteriore espansione dell’epidemia.

Scritto da Roberto Capelli

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