Dalla scoperta alla popolarità: la storia del Prozac e la sua influenza

Dalla sua introduzione nel 1986, il Prozac ha rivoluzionato il trattamento della depressione e cambiato la percezione della malattia nella società.

Nel 1986, il Prozac fece il suo ingresso nelle farmacie europee, segnando l’inizio di una rivoluzione nel trattamento della depressione. Due anni dopo, raggiunse anche le farmacie americane, diventando rapidamente un fenomeno culturale oltre che medico. La pillola verde e bianca non solo trovò posto nei comodini di milioni di persone, ma divenne anche protagonista delle copertine di famosi settimanali e delle commedie cinematografiche.

Quarant’anni dopo, il Prozac è ancora disponibile in ogni farmacia, acquistabile con una semplice prescrizione medica. Tuttavia, l’entusiasmo iniziale si è trasformato in una consapevolezza più matura riguardo al suo ruolo nella farmacologia e nella psichiatria.

Prozac: il farmaco che ha cambiato il modo di parlare della depressione

Paolo Brambilla, direttore del dipartimento di Neuroscienze e Salute mentale del Policlinico di Milano e docente all’Università degli Studi di Milano, chiarisce che il Prozac non rende realmente felici, ma dona lucidità e permette di essere meno coinvolti emotivamente nelle proprie fragilità. L’etichetta di “pillola della felicità” però, ha contribuito a rendere il farmaco pop e a sdoganare la depressione, facendola riconoscere come una malattia e non come un difetto del carattere.

Brambilla sottolinea che un farmaco che in quattro-sei settimane ti tira fuori da un episodio depressivo ha dimostrato che nel disturbo esiste una componente neurotrasmettitoriale molto rilevante. Questo ha aiutato a legittimare la depressione come una sindrome medica e non come un deficit della volontà o della personalità, riducendo lo stigma associato alla psichiatria in generale.

Tuttavia, l’aspetto negativo di quell’etichetta è che ha rischiato di banalizzare la cura. Il farmaco non cambia il mondo attorno a te sottolinea Brambilla. Se una persona ha dei traumi, prova solitudine, difficoltà psicosociali o economiche, il farmaco non è in grado di risolverli.

Come nasce il Prozac: dalla scoperta della fluoxetina al successo mondiale

I primi farmaci antidepressivi risalgono alla fine degli anni Cinquanta, con due famiglie di medicinali: gli inibitori delle monoamminossidasi, presto caduti in disuso, e i triciclici, che divennero il trattamento standard per decenni. Questi farmaci aumentavano il livello di tre neurotrasmettitori: la serotonina, la noradrenalina e la dopamina, messaggeri chimici utilizzati dal sistema nervoso per regolare il passaggio dei segnali tra i neuroni verso altre cellule responsabili dell’umore e delle emozioni.

All’inizio degli anni Settanta, i ricercatori della farmaceutica Eli Lilly individuarono una molecola in grado di regolare la serotonina senza intaccare gli altri neurotrasmettitori. Avevano scoperto un nuovo antidepressivo che funzionava esattamente come i triciclici, ma senza i loro effetti avversi. La molecola fu chiamata fluoxetina, mentre il nome commerciale Prozac fu scelto per la positività che ispirava.

Prescritto a più di 40 milioni di persone, il Prozac ha rivoluzionato il trattamento degli antidepressivi. Nel 1998, le vendite annuali toccarono i 2,8 miliardi di dollari. Nel 2002, un anno dopo la scadenza del brevetto, era stato prescritto a più di 40 milioni di persone nel mondo.

Perché il Prozac ha rivoluzionato gli antidepressivi

Il Prozac ha aperto la strada degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (Ssri), farmaci che hanno permesso alle persone di uscire da episodi depressivi senza gli effetti collaterali dei medicinali precedenti, in tempi più brevi e con un impegno emotivo ed economico inferiore a quello richiesto da una psicoterapia.

Inoltre, ha permesso di allargare il trattamento farmacologico ad altri campi: i disturbi d’ansia, il disturbo ossessivo compulsivo e i disturbi dell’alimentazione per i quali prima non avevamo praticamente nulla.

Come funziona il Prozac? La serotonina non basta a spiegare tutto. La serotonina è un neurotrasmettitore che regola sonno, appetito, umore, energia. In condizioni normali, i neuroni la rilasciano per trasmettere segnali e poi la riassorbono. La fluoxetina blocca questo riassorbimento: l’idea è che più serotonina resta disponibile tra un neurone e l’altro, migliore è l’umore.

Un meccanismo semplice da spiegare, che ha contribuito al successo del Prozac, ma che oggi non convince gli specialisti. Brambilla sottolinea che la serotonina non è il neurotrasmettitore esclusivo dell’umore. La depressione è una sindrome complessa, che origina da concause diverse. Il farmaco probabilmente agisce anche a livello intracellulare, e con fenomeni di neuroplasticità mette in moto meccanismi che in parte ancora ci sfuggono.

Nel 2026, la psichiatra britannica Joanna Moncrieff pubblicò su Molecular Psychiatry un articolo che fece molto scalpore per la sua conclusione netta: non esiste evidenza robusta del legame diretto tra serotonina e depressione. La comunità scientifica precisò che “non sapere esattamente come funzionano gli Ssri” non vuol dire che “gli Ssri non funzionano”. È una condizione con cui i medici sono abituati a fare i conti.

In Italia quasi 2,6 milioni di persone assumono antidepressivi. Secondo l’Agenzia italiana del farmaco, le persone trattate sono aumentate da 124 ogni mille abitanti nel 2015 a 134 nel 2026. E negli ultimi vent’anni sono raddoppiate le dosi di antidepressivi consumate ogni giorno. Brambilla commenta: «Curiamo problematiche che una volta non venivano nemmeno considerate, viste come un deficit della personalità o come malattie dei ricchi. Questi farmaci impauriscono, ma sono molto meno impattanti di tanti altri che prescriviamo senza battere ciglio. Non cambiano la personalità e non sono neurotossici».

Per affrontare una depressione, però, i farmaci possono essere insufficienti: affiancarli a un percorso di psicoterapia può aumentarne l’efficacia. Prima dell’arrivo del Prozac, la psicoterapia, in particolare la psicoanalisi, era il trattamento più comune. Oggi, farmaci e psicoterapia andrebbero usati in sequenza: «Prima l’antidepressivo, poi la psicoterapia, studiata su misura: individuale, mindfulness, di gruppo, familiare… L’antidepressivo conferisce lucidità. Il lavoro sulle esperienze personali, sulla sofferenza più profonda va fatto con la psicoterapia».

La frontiera più promettente per la cura della depressione sono gli psichedelici. Si tratta di molecole studiate fino alla metà degli anni Settanta e poi abbandonate, ma recentemente abbiamo fondato una sezione della Società italiana di psichiatria proprio dedicata a questo campo. Tra queste sostanze troviamo la psilocibina, estratta dai funghi allucinogeni, che si somministra in sedute strutturate che comprendono anche interventi psicologici, e l’esketamina, che invece è sintetica e derivata dalla ketamina, approvata per la depressione resistente. Infine, la terapia elettroconvulsivante, il cosiddetto elettroshock, inventata dall’italiano Ugo Cerletti. «È usata in tutto il mondo con grandissima efficacia e solide evidenze scientifiche», conclude Brambilla, «ma in Italia non possiamo applicarla per ragioni pregiudiziali del tutto infondate».

Scritto da Emanuele Galli

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