La gestione dei disturbi minori, come il dolore o i sintomi da raffreddamento, è sempre più affidata alla autocura guidata dal cittadino. Tuttavia, quando l’autocura richiede un orientamento professionale, il farmacista emerge come un punto di riferimento accessibile. Un’indagine promossa dalla Federazione Internazionale Farmaceutica (FIP) ha documentato pratiche, fiducia e bisogni dei farmacisti impegnati in questo ambito, fornendo numeri e aree critiche che fotografano la situazione attuale.
Lo studio ha coinvolto 779 partecipanti in 45 paesi e ha evidenziato come il supporto all’autocura sia ormai parte della routine professionale per la maggior parte dei farmacisti. I risultati mostrano sia punti di forza — competenze tecniche e emphatiche — sia limiti organizzativi che frenano l’offerta di servizi più strutturati.
Composizione del campione e diffusione delle attività in farmacia
L’indagine ha raccolto risposte prevalentemente dal Sud-Est asiatico, con molti farmacisti provenienti da India e Indonesia, e ha rilevato che il 72,4% degli intervistati lavora in farmacie di comunità. La maggior parte era costituita da farmacisti di ruolo (44,8%) o titolari/gestori (32,0%), con una media di circa 10 anni di esperienza professionale. Il dato pratico più rilevante: il 71,6% dichiara di offrire supporto all’autocura quotidianamente o più volte alla settimana, confermando che questa attività occupa una quota significativa del tempo lavorativo.
Invio al medico e collaborazione interprofessionale
Quando la situazione supera le possibilità dell’autocura, il referente più comune per l’invio resta il medico di medicina generale (56,1%). Questa dinamica sottolinea la necessità di una migliore integrazione tra farmacisti e altri professionisti sanitari per garantire percorsi di cura fluidi e sicuri.
Strumenti usati, fiducia professionale e gap conoscitivi
I farmacisti si affidano a strumenti diversi per guidare le decisioni: anamnesi diretta per valutare controindicazioni e interazioni (63,4%), esperienza clinica, checklist sintomatologiche e linee guida terapeutiche. Tuttavia, tecniche di comunicazione basate sull’evidenza come il teach-back sono adottate solo da una quota ridotta di operatori (circa il 25%).
La fiducia nelle proprie capacità varia molto a seconda della natura dell’intervento: molto alta per attività di routine come la selezione dei prodotti (81,1%) e la consulenza sull’uso sicuro dei farmaci (68,9%), ma sensibilmente più bassa per giudizi clinici complessi, ad esempio la gestione di sintomi non chiari (48,3%). Le aree tematiche con maggiore fiducia includono il sollievo dal dolore/febbre (82,4%), mentre fiducia minore si registra per argomenti come le vaccinazioni (43,4%) e la salute del fegato (43,9%).
Bisogni formativi identificati
I farmacisti hanno segnalato necessità specifiche: maggiori informazioni su bambini e neonati (56,7%), su pazienti cronici o ad alto rischio (53,4%) e criteri chiari per la selezione di prodotti da banco sicuri (47,1%). Questi gap indicano dove concentrare interventi formativi e risorse pratiche.
Ostacoli organizzativi, disinformazione e opportunità digitali
Oltre il 90% degli intervistati indica la mancanza di tempo e l’elevato carico di lavoro come ostacoli principali. Altri problemi diffusi sono le limitate opportunità di formazione strutturata, il modesto accesso alle informazioni cliniche sui pazienti e l’assenza di un adeguato sistema di rimborso per le consulenze (solo il 34,3% riporta la presenza di meccanismi di pagamento).
La disinformazione è un fenomeno ricorrente: l’84,9% dichiara di imbattersi in informazioni errate almeno una volta al mese, mentre l’uso di foglietti illustrativi, protocolli locali ed esperienza personale rimane comune come fonte di supporto alle consulenze. Queste pratiche sono ritenute affidabili dal 70% dei farmacisti, ma quasi un quarto si sente solo parzialmente rassicurato dall’affidabilità di tali strumenti.
Risorse suggerite e apertura alla tecnologia
Per migliorare la pratica, i partecipanti hanno indicato strumenti concreti: guide cliniche di rapida consultazione (56,9%), opuscoli informativi per i pazienti (55,3%), workshop in presenza (51,9%) e corsi di formazione online (49,2%). Notevole è la disponibilità verso il digitale: il 77,2% si dichiara pronto a integrare strumenti tecnologici affidabili nelle consulenze per l’autocura.


