Il dibattito su carne rossa e salute è da tempo acceso, soprattutto quando la sua presenza nella dieta viene confrontata con alternative vegetali. Molti studi hanno mostrato che la qualità della carne, la quantità assunta e il contesto globale dell’alimentazione possono modulare gli effetti sul corpo umano. In questo scenario, la carne proveniente da animali allevati al pascolo ha guadagnato attenzione per il suo contenuto più elevato di acidi grassi omega-3 a catena lunga, derivanti dall’alimentazione a base di erba.
Un recente studio randomizzato ha voluto valutare se includere quantità moderate di questa carne in una dieta prevalentemente vegetale potesse influenzare il profilo lipidico e i biomarcatori cardiometabolici rispetto a una dieta vegetariana che utilizza plant-based meat alternatives (PBMA). L’obiettivo era capire se il semplice scambio di una fonte proteica con un’altra comportasse cambiamenti misurabili nella salute dei partecipanti.
Metodo dello studio: flexitariano contro vegetariano
Settanta-otto volontari sani, di età compresa tra 18 e 35 anni, sono stati assegnati in modo casuale a due gruppi per un periodo di 10 settimane. Il gruppo flexitariano ha consumato, in media, 3,3 porzioni settimanali di carne rossa al pascolo (bovino o ovino), corrispondenti a 275-470 g di carne cotta a settimana. Il gruppo vegetariano, invece, ha sostituito la carne con 350-400 g settimanali di prodotti a base di proteine di soia o pisello e oli vegetali.
Quantità di carne e sostituti vegetali
Al termine dell’intervento, l’assunzione media di carne nel gruppo flexitariano è risultata pari a 3,3 porzioni a settimana, mentre nel gruppo vegetariano è stata praticamente nulla. Entrambi i gruppi hanno mantenuto un piano alimentare ricco di frutta, verdura, cereali integrali e legumi, garantendo che le differenze osservate fossero dovute principalmente alla presenza o all’assenza di carne al pascolo.
Risultati sui parametri cardiometabolici
Le analisi effettuate a inizio, medio (settimana 5) e fine studio (settimana 10) non hanno mostrato differenze statisticamente significative tra i due gruppi per quanto riguarda pressione arteriosa, colesterolo LDL e HDL, trigliceridi, glicemia, insulinemia e indice HOMA-IR. In altre parole, l’integrazione di carne rossa al pascolo non ha peggiorato né migliorato i tradizionali marker di rischio cardiovascolare rispetto al consumo di PBMA.
Effetto specifico sul DPA e sul profilo degli acidi grassi
Il risultato più evidente riguarda il docosapentaenoico (DPA) un acido grasso omega-3 a lunga catena. Nel gruppo vegetariano, le concentrazioni plasmatiche di DPA sono diminuite da 40,5 a 35,2 μmol/L nelle prime cinque settimane, per poi risalire a 39,7 μmol/L alla decima settimana. Al contrario, il gruppo flexitariano ha mantenuto livelli stabili di DPA durante l’intero periodo. Dopo correzione di Benjamini-Hochberg, la differenza è rimasta significativa (p = 0,030).
Analisi lipidomica: quasi nessuna variazione
Tra le 259 specie lipidiche analizzate, solo il fosfatidilcolina-O (PE-O) 39:6 ha mostrato una variazione significativa dopo la correzione per test multipli: è rimasta stabile nel gruppo flexitariano ma è diminuita nel gruppo vegetariano. Tutti gli altri acidi grassi polinsaturi a lunga catena – DHA, ALA, acido linoleico e acido arachidonico – non hanno evidenziato differenze rilevanti.
Tuttavia, la stabilità di DPA non si è tradotta in un miglioramento complessivo del profilo di rischio cardiovascolare. I ricercatori sottolineano che i risultati si riferiscono a giovani adulti sani e a un periodo di 10 settimane; Ulteriori studi più ampi e prolungati saranno necessari per confermare se questi risultati si mantengano in contesti diversi.


